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	<description>considerazioni sul calcio per quel che ci è dato sapere</description>
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		<title>Un calcio mortificato</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 22:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In tempi di grandi investimenti televisivi e commistione d’interessi con sponsor sempre più pressanti su Club sempre più indebitati è evidente che lo stretto rapporto fra tifosi e squadre, che è il sale del calcio, si sia fatto complicato e venga condizionato da fattori un tempo marginali. Le ragioni di questo nuovo scenario, quindi, non vanno ravvisate tanto nell’approccio generale della gente, che anzi dipende da quanto fatto da Società, Federazioni e autorità; semmai, vanno ricercate proprio nella politica di Club più affaristici che sportivi e in seconda battuta anche nella gestione della sicurezza.</p>
<p>Partiamo dagli stadi e da una scelta in verità comune a molti Club in giro per il mondo che già di per sé la dice lunga su quanto poco interessino spettacolo e spettatori. Per fare i soliti nomi, il Milan da tempo relega i tifosi ospiti al terzo anello esattamente come in Spagna fanno Real Madrid e Barcellona, e da quest’anno si sta gradualmente allineando anche l’Inter. Le spagnole provano a limitare l’effetto positivo che i sostenitori altrui possono avere sulla loro squadra facendoli scomparire nella marea di quelli locali. Le due italiane menzionate, invece, hanno adottato questa soluzione principalmente perché con la poca gente che va a vedere le partite e riempie a macchia di leopardo uno stadio, San Siro, che registra il tutto esaurito non più di una decina di volte all’anno rischierebbero di sentire più i cori degli altri che quelli dei propri tifosi. Con riguardo alla tutela dei loro interessi è una legittima trovata; ma è anche indice di qualcosa che non va nel calcio a partire dallo spirito di chi lo gestisce. Si sa che quando le cose non vanno si tende ad irrigidirsi, ma qui ben lungi anche dal cercare di migliorare le cose si sfiora la meschinità. In Gran Bretagna, invece, dove gli interessi non sono inferiori ma gli impianti sono moderni e frequentati con entusiasmo e senza rischi da decine di migliaia di persone, i tifosi ospiti e financo quelli che convengono alle sfide più sentite trovano posto a ridosso del campo, essendogli concesso di stare davvero al fianco dei propri beniamini com’è giusto che sia nello sport. Dato che anche l’occhio vuole la sua parte, poi, bisogna aggiungere che la loro macchia di colore sottolinea il carattere spettacolare dell’evento e trasmette anche a chi guarda da casa gioia invece che una sensazione di disagio e disarmo.</p>
<p>Un discorso a parte meritano i provvedimenti tesi ad arginare i facinorosi. In Italia la violenza è incontrollata. I fatti di Italia-Serbia, pur nella loro eclatanza, sono la rappresentazione più chiara e fedele di quanto accade settimanalmente dentro e fuori da tanti nostri stadi, ben più di ciò di cui ci parlano su giornali e televisioni. Da anni. Partendo dalla generale maleducazione per arrivare ai tafferugli. Per arginare questo scempio, le trasferte più a rischio continuano a essere vietate: l’ultima in Serie A è per Brescia-Napoli, mentre Genoa-Milan per esempio si è giocata senza tifosi rossoneri per anni e in generale è frequente che i biglietti per certe partite possano essere acquistati solo da chi risiede nel Comune in cui si disputano. Nel frattempo è stata introdotta la tessera del tifoso, una sorta di schedatura supplementare rispetto ad abbonamenti e biglietti nominativi, col solo risultato di rendere ancora più tesi i rapporti fra tifosi, organizzati o meno che siano, e autorità. Trovata rivelatasi oltretutto inefficace se non ridicola, coi bagarini che continuano indisturbati a vendere biglietti non nominativi perché gli steward raramente controllano l’identità di chi entra allo stadio oppure sono d’accordo con loro. Insomma, la ricetta giusta a questa anarchia non è stata ancora trovata, ma solo perché dirigenti e presidenti vari di Club e Federazione badano al soldo e non allo sport e contemporaneamente chi deve organizzare l’ordine pubblico giudica sempre ragionevoli e sopportabili i disagi che ci sono. Non mi riferisco chiaramente alla Polizia ma a chi le dice cosa fare. Poi, però, sono tutti pronti a ordinare un minuto di silenzio peraltro mai rispettato e spesso ridotto a pochi secondi ogni volta che ci scappa il morto. Forse perché queste categorie privilegiate vivono davvero in un mondo a parte e quei disagi non li provano sulla propria pelle&#8230; Sarà anche una dura accusa, la mia, ma quando niente di quel che non va cambia e non cambia nemmeno chi dovrebbe migliorare le cose allora il dubbio viene. L’unica certezza è che una sana passione per il calcio sia diventata un’esperienza da poter vivere solo intimamente, lontano dall’azione, oppure squallidamente se sul posto, a dispetto del fatto che si tratti di uno spettacolo.</p>
<p><em>mio articolo per ‘Comunità Italiana’ di Rio de Janeiro, pubblicato nell’edizione di novembre 2010</em></p>
<br />Filed under: <a href='http://calciostruzzo.wordpress.com/category/italia/'>Italia</a> Tagged: <a href='http://calciostruzzo.wordpress.com/tag/inter/'>Inter</a>, <a href='http://calciostruzzo.wordpress.com/tag/milan/'>Milan</a>, <a href='http://calciostruzzo.wordpress.com/tag/stadi/'>stadi</a>, <a href='http://calciostruzzo.wordpress.com/tag/tifosi/'>tifosi</a>, <a href='http://calciostruzzo.wordpress.com/tag/violenza/'>violenza</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/calciostruzzo.wordpress.com/206/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/calciostruzzo.wordpress.com/206/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/calciostruzzo.wordpress.com/206/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/calciostruzzo.wordpress.com/206/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/calciostruzzo.wordpress.com/206/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/calciostruzzo.wordpress.com/206/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/calciostruzzo.wordpress.com/206/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/calciostruzzo.wordpress.com/206/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/calciostruzzo.wordpress.com/206/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/calciostruzzo.wordpress.com/206/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/calciostruzzo.wordpress.com/206/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/calciostruzzo.wordpress.com/206/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/calciostruzzo.wordpress.com/206/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/calciostruzzo.wordpress.com/206/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=206&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Paralleli</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 13:08:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A dieci giorni da Italia-Serbia e giusto uno dalle aggressioni di gruppi ultrà del Napoli ai sostenitori del Liverpool al seguito della propria squadra, mi è venuto da fare un confronto tra due realtà apparentemente distanti ma forse invece no.</p>
<p>In Italia ci si stupisce tutti che con tanti bravi meridionali la mafia e la malavita organizzata in generale continuino a spadroneggiare attraverso un evidente radicamento territoriale, senza comunque dimenticarci che i tentacoli delle tante piovre esistenti arrivano anche al Nord e all’estero. Contemporaneamente, milioni di tifosi italiani di calcio sono ostaggio in tutta la penisola delle frange violente del tifo e della generale maleducazione spesso sfociante in aggressività che si annida anche in tribuna, erroneamente indicata per tanto tempo come la faccia bella del tifo allo stadio in contrapposizione a quella brutta delle curve.</p>
<p>Ora, di fronte a due piaghe ognuna della quale a modo proprio martoria il nostro Paese, la domanda sorge spontanea: non è che esista una radice comune? Non mi riferisco tanto alle cause di questi due mali quanto al terreno fertile che trovano in Italia, a come riescono ad attacchire attraverso l’interposizione di un tessuto sociale troppo eterogeneo e spesso imperscrutabile in intenzioni e interessi per costituire il sano cuscinetto che potrebbe rendere più agevole il controllo da parte dello Stato. Sempre che lo Stato oltre che di nome resti di fatto il rappreentante di tutti noi.</p>
<p>Venendo specificamente al caso calcistico, risulta anche disdicevole l’attenzione prestata alle vicende violente che accadono all’estero. Primo perché numericamente sono ormai risibili rispetto a quelle italiane, spesso taciute sui principali mezzi di informazione e quindi scorrettamente e utilitaristicamente ridimensionate in quanto ad impatto emotivo, e poi perché se qualcosa da noi non va non lo si risolve consolandosi all’idea, oltretutto traviata, che sia un fenomeno diffuso in tutto il mondo. Soprattutto perché mentre si filosofeggia sulla questione ci sono persone tranquille e di ogni età a cui è negata l’allegra partecipazione a molti eventi sportivi. Ripeto, sportivi.</p>
<p>In inghilterra, dopo l’Heysel che altro non fu che la punta di un iceberg che Oltremanica conoscevano benissimo e studiavano da anni (oltre che lo smascheramento di una gravissima inettitudine organizzativa imputabile a UEFA e forze dell’ordine belghe) si assistette senza possibilità di replica all’esclusione dalle competizioni europee per cinque anni di tutte le squadre indistintamente, eccezion fatta per il Liverpool che dovette restare fuori per otto. Un prezzo altissimo da pagare, di cui oltretutto sul campo beneficiarono le italiane che abituate com’erano a prenderle si riossigenarono al punto che dopo aver vinto tantissimo durante l’assenza delle inglesi quando queste rientrarono si erano trasformate in corazzate solide abbastanza da reggere l’urto di ritorno britannico ancora per molti anni. Dal punto di vista sociale, però, in Inghilterra si passò dalle reti elettriche intorno al campo del Chelsea a stadi senza barriere e soprattutto moderni in cui si continua ad andare col sorriso sulle labbra. Com’è giusto che sia. Sul modello di parchi mal frequentati che possono essere riqualificati soltanto abbellendoli e riempiendoli di gente normale, in pratica consegnandoli a chi lo merita.</p>
<p>La boria italiana, calcistica come organizzativa, fa ancora più rabbia quando si pensa che Genoa-Milan si è giocata per lunghi anni a porte chiuse, che gli accoltellamenti e le auto date alle fiamme a Roma sono all’ordine del giorno, che in Sicilia rivolte nei porti e bombe negli stadi hanno caratterizzato gli ultimi anni, senza dimenticarsi delle faide in casa Toro, delle aggressioni fisiche lasciate perpetrare da alcuni tifosi juventini ai danni dei loro giocatori, di tutti gli assalti alle sedi delle Società per motivi spesso legati a commistioni d’affari tra dirigenti e ultrà. E poi l’anarchia totale sui campi delle Serie inferiori, fatta di minacce, pestaggi, agguati anche lonatno dai campi, niente di diverso da quanto successo al portiere della Serbia, per intenderci. E i morti ammazzati. Ma anche i cori razzisti che si levano da curve diverse e oltretutto sono spesso tollerate dai dirigenti se il risultato gli arride, e ancora per esempio la farsa del derby di Roma, con l’annuncio della morte di un bambino che fece fermare la partita. Cosa dire poi delle razzie delle aree di servizio in autostrada, diventate talmente ordinarie da non fare più notizia e che avvenivano anche mentre le inglesi, loro, erano squalificate? O dei regolamenti di conti fra ultrà che si danno appuntamento giù dai treni in mezzo alla campagna? Quando però accadde una cosa simile in Argentina, ma giù da pullman che si erano fermati a metà strada fra Buenos Aires e Rosario, le nostre televisioni ne parlarono come di un episodio di guerra, al limite dell’incredibile e per fortuna lontano anni luce dalla nostra paradisiaca penisola… Mi fermo qui, ma potrei riempire pagine intere come potrebbe farlo ognuno di voi. Lo sappiamo.</p>
<p>Io non ho la ricetta per tanto scempio ma dico che qualche anno di isolamento, sul modello inglese di fine anni Ottanta, ci starebbe proprio bene. Finalmente. Sarebbe anche l’occasione giusta per far crescere come si deve i tanti giovani talenti di casa nostra che adesso com’è evidente non vengono degnati di attenzione al punto che molti di loro vengono convocati dalle Scuole Calcio di prestigiosi Club stranieri e poi fatti esordire tra i professionisti in tempi brevi per quanto sono bravi. Temo, però, che impunita, sfacciata e molle come si è sempre dimostrata nel suo complesso, l’Italia non trarrebbe alcun beneficio da questo provvedimento e che coglierebbe l’occasione per lamentarsi un’altra volta. Limite, questo, di un sistema di rappresentanza su cui nutro forti dubbi.</p>
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		<title>Sei anni da cancellare completamente</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 13:04:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’ultima tendenza di Calciopoli è la reinterpretazione. Contemporaneamente, commentatori televisivi, della carta stampata e della strada si chiedono cosa si debba fare, come si possa uscire da questo ginepraio processuale, sportivo e di costume. C’è poco da dire. Ma davvero. La partita viene giocata sui campi principali, ridotta com’è stata a un duello Juve-Inter sia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=188&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’ultima tendenza di Calciopoli è la reinterpretazione. Contemporaneamente, commentatori televisivi, della carta stampata e della strada si chiedono cosa si debba fare, come si possa uscire da questo ginepraio processuale, sportivo e di costume.</p>
<p>C’è poco da dire. Ma davvero. La partita viene giocata sui campi principali, ridotta com’è stata a un duello Juve-Inter sia per le decisioni degli inquirenti che per gli interessi dei mezzi d’informazione che continuano a regalare prime pagine ai Moggi, ai Moratti e agli Agnelli senza quasi far parola di tutti gli altri. Ultimamente poi la difesa nerazzurra non si basa più sul non avere avuto niente a che fare coi sospetti contatti col mondo arbitrale; all’improvviso le telefonate (per non dire delle cene e tutto il resto, aggiungo io) non si negano più perché quel che conta è che per esempio non sia stato Facchetti a fare il nome di Collina. Come se questo potesse improvvisamente cancellare l’illecito sportivo di base, che quando si tratta di accusare altri gli interisti sono lecitamente e correttamente pronti a rilevare anche solo nell’aver telefonato a una giacchetta nera o a un designatore. Comodo… Posizione, la loro, che benevolenza dei giudici permettendo è però insostenibile e , viva dio, si sta sgretolando.</p>
<p>Sul fronte di chi vuole giustizia, quella vera, si cercano soluzioni. Mi riferisco a una parte in causa, cioè la dirigenza della Juve che pure in passato ha avuto interessi tutti suoi e quanto mai inquitenati, antisportivi innanzitutto nei confronti dei propri tifosi, a non far emergere tutta la verità. E mi riferisco anche agli spettatori neutrali, sempre che esista qualcuno che nell’ultimo lustro abbia saputo separare le proprie ragioni dal tifo per una particolare squadra, con il logico quanto ridicolo tentativo di farne un’entità senza macchia.</p>
<p>Esiste allora un’unica via d’uscita a tutto questo, senza che sia più necessario commentare questa o quella intercettazione né, tanto meno, una qualsiasi dichiarazione, anzi deposizione, di qualsivoglia testimone, anzi protagonista.</p>
<p>Sono sempre stato contro il ‘tutti colpevoli, nessun colpevole’. Per me se tutti sono colpevoli, ed è via via più evidente che lo siano, tali rimangono. Ecco allora la soluzione. Prima ancora che condannare i dirigenti, cosa che può richiedere anni e non avere conseguenze reali se è vero che Preziosi, inibito, può continuare impunemente a fare affari, bisogna cancellare tutti i titoli di tutte le italiane dal 2004-05 a oggi. Bisogna fare pulizia sportiva. Via i due famosi scudetti della Juve e quelli definiti di cartone e seguenti dell’Inter, le Coppe Italia di Inter e Roma, le Supercoppe di Inter, Roma e Lazio e poi la Champions League dell’Inter, che nelle vicende nazionali ha avuto origine, anche se questo temo che dovrebbe passare per le autorità UEFA e non so cosa si potrebbe fare a riguardo.</p>
<p>Se di lealtà sportiva si parla, allora basta che un dirigente o suo sostituto facente funzioni abbia fatto il numero di telefono di un arbitro e viceversa per scambiarsi, non importa come, informazioni che non ci si doveva scambiare. Altro che andazzo generale, poi! E comunque se generale è stato o è, ne deriva che allora tutti dovrebbero essere condannati. Senza il minimo riguardo per quella squallida scappatoia che è la prescrizione.</p>
<p>Perché annullare tutti i titoli? Perché le normali condizioni economiche e sportive (con conseguenti potenzialità sul campo) sono state palesemente alterate, vuoi anche solo dalle sentenze se non vogliamo parlare degli illeciti. Insomma, dall’estate 2006 in poi non ci sono più stati (e continuano a non esserci) i presupposti per giudicare credibile l’andamento di queste stagioni e ahimé anche quelle che verranno. Ma dato che non sono un illuso e non credo quindi che le cose nel frattempo siano cambiate, in assenza di una soluzione equa e possibile, attuabile da chi dovrebbe trovarla e metterla in pratica, concludo dicendo che una volta fatta pulizia di questi titoli di cartapesta si deve solo andare avanti turandosi il naso. Senza perdersi in vendicative retrocessioni in B di chi non c’è andato assieme alla Juve o chissà che e passando sopra il fatto che alcune squadre si siano indebitamente rinforzate e altre tristemente indebolite. Amen. Chi vorrà, fingerà che qualcosa sia mutato; gli altri invece si accontenteranno di seguire uno sport incorreggibilmente maneggiato come del resto ogni altro ambito della società, da sempre. Ma a maggior ragione dopo gli ultimi sviluppi processuali e la lenta, graduale ammissione delle proprie colpe (reati) da parte di tutti benché con le nuove giustificazioni annesse, se non altro la legge si rivelerebbe abbastanza uguale per tutti. Per la Juve di Moggi, colpevole e prima a essere smascherata, per l’Inter di Facchetti e Moratti, altrettanto colpevole e auspicabilmente prossima a essere inchiodata alle proprie responsabilità dopo aver già perso la faccia di fronte alla gente, senza dimenticare il furbo Milan di Galliani e Meani, colpevole anch’esso, e tagliando trasversalmente tutta l’Italia dei non meno scaltri e colpevoli Presidenti rosa, viola, celesti, amaranto, giallorossi, rossoblù ecc ecc. E poi chissà, visto che i malfattori sono i dirigenti e a questi dei colori si è capito che non importa, almeno milioni di tifosi ritroverebbero l’orgoglio negatogli negli ultimi anni…</p>
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		<title>Tipicamente italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Sep 2010 22:02:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel mondo del pallone nostrano hanno recentemente fatto irruzione un paio di novità. Una di carattere organizzativo, vale a dire l’introduzione della partita della domenica all’ora di pranzo; l’altra mediatica, cioè l’ammissione delle telecamere negli spogliatoi prima di ogni partita. Sono innovazioni che non avrebbero alcun legame tra loro se non fosse che sono anche [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=186&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel mondo del pallone nostrano hanno recentemente fatto irruzione un paio di novità. Una di carattere organizzativo, vale a dire l’introduzione della partita della domenica all’ora di pranzo; l’altra mediatica, cioè l’ammissione delle telecamere negli spogliatoi prima di ogni partita. Sono innovazioni che non avrebbero alcun legame tra loro se non fosse che sono anche gli indicatori di due atteggiamenti tipicamente italiani: il perenne lamentarsi e l’assuefazione alla banalità.</p>
<p>Andiamo con ordine. Ne è passato di tempo da quando ci raccontarono che le partite di cartello del campionato inglese programmate a mezzogiorno rientravano in un piano di controllo dei tifosi scalmanati. Alcuni studi, ci dicevano, avrebbero provato la minore pericolosità degli ultras più violenti prima di una certa ora. Fatti due calcoli sui fusi orari asiatici e considerato l’improvviso fiorire di sponsor asiatici anch’essi, però, a più di una persona era sorto il dubbio che la sicurezza c’entrasse poco o che quanto meno esistesse una fortunata coincidenza fra i ‘prime time’ indonesiani, cinesi e giapponesi e i momenti del giorno in cui i teppisti inglesi erano più controllabili. C’ha pensato Galliani, l’estate scorsa, a fugare ogni dubbio. Le partite disputate e trasmesse all’ora di pranzo, aveva spiegato, costituivano una mera quanto preziosa fonte di entrate e questo valeva anche per Lega e squadre di Serie A, nessuna esclusa, che da lì a pochi mesi avrebbero sperimentato questa nuova formula.</p>
<p>Partendo da questo presupposto, dovrebbe fare specie che dopo le prime giornate siano piovute lamentele da più parti. Non stupisce invece il fatto che a lamentarsi siano stati alcuni fra i più noti e vulcanici Presidenti della massima serie italiana dopo che le loro rispettive squadre non erano riuscite a portare a casa i tre punti da questo appuntamento. C’è da chiedersi come possano lagnarsi dopo aver firmato l’ennesimo contratto remunerativo che lega il calcio alle televisioni. Sarebbe meglio dire ‘assoggetta’ ma data la libertà di ogni contraente di aderire o meno, foss’anche attraverso l’intermediazione di un organo collegiale come la Lega, scappa da ridere. Non è tempo che certi primattori del nostro calcio si assumano le proprie responsabilità prendendo finalmente una posizione chiara? Sarebbe infatti opportuno che non fingessero disagio e comunanza d’interessi coi tifosi insoddisfatti perché, è evidente, il loro primo pensiero non è per le sorti della squadra ovvero dei colori bensì per quelle della Società, leggasi profitti.</p>
<p>Ma l’assurdo sta anche in altro. Mentre questi Presidenti, in attesa dei prossimi, c’è da scommetterci, piangono dorate lacrime di coccodrillo, una parte della televisione satellitare si vanta di aver proiettato i tifosi in pantofole nel futuro dell’informazione. Da questa stagione chi non va allo stadio può godersi interviste a bordo campo fra un tempo e l’altro e soprattutto le immagini dagli spogliatoi prima del fischio d’inizio. “Entreremo nel ‘sancta sanctorum’ del calcio, potremo finalmente farvi vivere le emozioni e le tensioni del prepartita coi vostri idoli, seguiti nell’imminenza di scendere in campo!” ci avevano annunciato. Peccato che nessun allenatore darebbe le ultime indicazioni tattiche e nessun giocatore riuscirebbe a trovare la concentrazione in presenza delle telecamere. Ecco allora che è necessario spacciare per immagini in diretta (e dell’ultimo momento) quelle registrate mezz’ora prima: in un trucco del genere mi sono già imbattuto allorché ho visto ripetersi la stessa scena, definita sempre in diretta. Insomma, siamo alla presa in giro. E soprattutto, mi chiedo, cosa c’è da vedere? Dai, possiamo tranquillamente fare a meno di questi servizi che ritraggono calciatori inibiti e restii a mostrarsi per quel che sono, che quando arriva la telecamera sghignazzano, si ammutoliscono e abbassano lo sguardo come a significare “guarda cosa ci tocca fare…”</p>
<p>Insomma, da un lato un atteggiamento teatrale e tanto più antipatico quanto più si pensa che i più importanti protagonisti del calcio possono permettersi di lanciare il sasso e poi nascondere la mano. Lamentandosi pure di quel sasso lanciato. Dall’altro, ecco una cronaca televisiva propinataci, oltre che coi soliti toni esagerati e autocelebrativi, nel più assurdo dei modi: riadattando sempre più spesso la realtà, come succede anche in molti TG di carattere generale. Tristemente. E’ come se del discernimento di chi guarda non importasse nulla perché l’importante è trasmettere qualcosa di fintamente inedito per giustificare nuovi investimenti degli sponsor. Per me, queste due facce della stessa e italianissima medaglia pari sono.</p>
<p><em>mio articolo per ‘Comunità Italiana’ di Rio de Janeiro, pubblicato nell’edizione di ottobre 2010</em></p>
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		<title>Peggio Byron Moreno o Russo?</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Sep 2010 17:00:26 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I casi della vita… Nella stessa giornata in cui si diffondeva la notizia dell’arresto di Byron Moreno, fermato all’aeroporto JFK di New York con addosso sei chili di droga, la direzione di gara di Russo, coadiuvato da Ayroldi, scatenava comprensibilmente le ire della Roma, lasciava tutta noi a bocca aperta e adesso rischia di rappresentare un punto di non ritorno in ambito arbitrale. Almeno in Italia, ammesso e non concesso che qualcosa si faccia. Sì, perché da un lato c’è l’evidente e annosa incapacità delle parti in causa, Club e AIA, di trovare una linea soddisfacente per tutti (tifosi inclusi); dall’altro, contemporaneamente, resta la spada di Damocle dei regolamenti internazionali, a cui quelli nazionali devono attenersi, e con Blatter a capo della baracca c’è poco da star tranquilli. Il numero uno del calcio mondiale notoriamente non ha mai preso né prenderà mai una decisione amica del calcio ma che possa magari mettergli contro un elettore (vale a dire una Federazione) o non garbare a uno sponsor.</p>
<p>E allora mettiamo a confronto l’operato del demoniaco Moreno e quello dei vari Russo, Ayroldi e anche Rosetti, già che ci siamo. Per fare alcuni esempi. Perché quel che a me non piace è quando si ragiona e conseguentemente giudica a spanne, quando si dà pure del maniaco a un ladro perché tanto, già che è un fuorilegge, un’accusa in più non cambia niente… </p>
<p>Pare che ai Mondiali del 2002 Byron Moreno dovesse far passare la Corea del Sud, che incidentalmente arbitrò in occasione della sfida con l’Italia. Moreno è antipatico nei modi, sì, lo è anche a me, ma cos’avrebbe fatto di così terribile? Forse ha fatto peggio dell’arbitro Al-Ghandour, quello di Corea del Sud-Spagna che, lui sì, fece capire che l’ordine di far andare avanti i sudcoreani doveva essere stato impartito? Ripensiamo allora alla partita dell’Italia. Il rigore assegnato in apertura ai nostri avversari c’era, tanto che il fallo commesso dal difensore azzurro è stato definito come uno dei tantissimi che si fanno: quindi anche punibile, dico io. Totti può anche aver subito fallo, ma non è poi così chiaro che non si sia buttato (solo lui potrebbe dircelo…) e se anche Moreno ha estratto il cartellino rosso con aria da capetto mi sembra che la sostanza non cambi. A tale proposito mi piace ricordare come in Italia, di arbitri protagonisti, ne abbiamo oltretutto avuti parecchi e pure apprezzati. Il gol annullato a Tommasi per suo presunto fuorigioco, è vero, sarebbe stato da convalidare, ma si parla di centimetri. Sempre in ambito internazionale, cioè quando gli italiani si compattano un po’, non ho invece sentito nessuno lamentarsi quando l’anno scorso le posizioni irregolari ben più evidenti di Gilardino e Milito non hanno comportato l’annullamento dei gol a Bayern (di Jovetic) e Barcellona rispettivamente. Ah già, ma a Firenze bisognava fare pari con la rete irregolare di Klose convalidata da Ovrebo… Stessa cosa quest’anno con Pazzini contro il Werder Brema: fuorigioco non rilevato, rete doriana e a momenti tedeschi eliminati per colpa anche di quell’episodio. Non lo dico da anti-italiano, ma se un arbitraggio discutibile ci va bene quando favorisce noi, dovremmo accettare anche i fischi contro. Altrimenti andiamo tutti in curva e buonanotte suonatori, non stiamo a filosofeggiare troppo. Oppure raduniamoci sotto casa di Blatter, se invece vogliamo fare la rivoluzione… L’altro giorno, poi, Panucci ha svelato di aver pesantemente insultato Moreno per tutta la durata dell’incontro senza essere stato nemmeno ammonito per questo, perché lui (l’arbitro) se ne fregava, ha spiegato l’ex nazionale, a lui interessava far passare la Corea e nient’altro. Ma allora, dico io, non avrebbe potuto espellerlo e lasciare l’Italia in dieci? Tutte queste sono evidenti incongruenze a cui nessuno dà peso. Come non si è dato peso alla scialba prova degli Azzurri di quel giorno, eccezion fatta per parte dei supplementari, un po’ come contro la Germania quattro anni più tardi. La verità è che Moreno è il capro espiatorio e un po’ di autocritica… nemmeno a pensarci. Se non si è d’accordo coi fischi di quella partita, non sarebbe più onesto dire, piuttosto, che l’operato di quell’arbitro acido e dei suoi assistenti è stato opinabile e basta?</p>
<p>Non so se basterà nemmeno il confronto con la conduzione di gara atroce di ieri sera a Brescia per ridimensionare il giudizio sulla prestazione della terna arbitrale di Corea del Sud-Italia. I fischi e non fischi di Brescia-Roma (compresi comunque i due rossi risparmiati a Rosi e Julio Sergio) vanno al di là del bene e del male e a me preme portarli a esempio non solo per sottolinearne l’orrore bensì più in generale per evidenziare come di Moreno, anche da noi, ce ne siano parecchi. Ma tutti regolarmente giustificati, almeno fino a quando danneggiano gli altri. Ayroldi, poi, è reduce da un Mondiale del Sud Africa raccapricciante. E’ superfluo ricordare cosa fece in Argentina-Messico, quando non segnalò e Rosetti il fuorigioco di un metro e mezzo di Tevez, con cui era in linea, sul gol che sbloccò il risultato in una partita fino a quel momento tiratissima. In quell’occasione si volle tutelare Rosetti, sottolineando come l’arbitro spesso debba affidarsi ai propri collaboratori. Ma allora, mi chiedo, Moreno e il fuorigioco che gli segnalò il guardalinee sulla corsa di Tommasi? Perché Moreno resta un criminale, visto che i toni sono questi, e Rosetti invece è stato vittima delle circostanze? E Ayroldi resta meglio del guardalinee di Corea-Italia oppure si merita anche lui la gogna mediatica che patì Moreno, anche se a quello non penso che gliene freghi niente di ciò che dicono di lui? A questo punto, già che ci siamo, ricordiamo anche l’assurda espulsione che Rosetti inflisse a Fletcher nella semifinale di Champions League di due anni fa: allora, esattamente come Russo ieri non ha visto (?) che Mexes ha colpito la palla e non Eder, il fischietto torinese non capì che lo scozzese, benché ultimo uomo, non aveva commesso fallo da rigore. Sono in tanti a credere che se il Manchester United non riuscì ad arginare il Barcellona a centrocampo nella Finale di Roma fu perché non poté schierare il suo polmone, il suo Cambiasso, il suo Gattuso dei tempi d’oro, insomma Fletcher. Una Champions andata in fumo per una squadra straniera? Cosa sarà mai rispetto all’eliminazione dell’Italia?&#8230;  Ci sta, ma allora, ripeto, andiamo tutti in curva a fare tifo contro, magari dando le spalle al campo di gioco.</p>
<p>Mi auguro che sia chiaro che non sono un sostenitore di Moreno. Ma se non mi vanno a genio né Ayroldi, né Russo, né Rosetti, né il Mazzoleni dell’ultimo Juve-Samp o, che so, il De Marco di Siena-Inter di due anni fa e il Guida di Torino-Varese, e con loro certi guardalinee, insomma, chiunque fischi così male e a volte ripetutamente oppure sbagli di metri e non di centimetri la valutazione di un fuorigioco, ecco, allora non posso individuare in Moreno un delinquente, uno che quel giorno la droga l’aveva assunta e non trasportata. Soprattutto perché per quanto ho visto io durante Corea-Italia il buon Byron ha fatto molto meno peggio di quanti ho citato e di molti di cui non ho detto ma di cui ricordiamo gli scempi, compiuti anche solo per essere fuori forma, come ha detto Montali, e non in cattiva fede come imputato a Moreno. Ognuno si scelga quello che preferisce in base ai danni che ha procurato alla squadra tifata. Tanto, suvvia, non è forse così che si giudicano le cose?</p>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 22:02:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non sono soltanto i talenti italiani a scarseggiare. Parallelamente alla loro paventata estinzione, dal mondo del calcio nostrano sta scomparendo anche l’italiano. E se tante responsabilità circa il tenore dell’informazione si possono addossare ai troppi giornalisti che cavalcano ogni polemica quando addirittura non la innescano, la colpa della morte della nostra lingua quando si tratta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=175&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono soltanto i talenti italiani a scarseggiare. Parallelamente alla loro paventata estinzione, dal mondo del calcio nostrano sta scomparendo anche l’italiano. E se tante responsabilità circa il tenore dell’informazione si possono addossare ai troppi giornalisti che cavalcano ogni polemica quando addirittura non la innescano, la colpa della morte della nostra lingua quando si tratta di commentare il calcio, sempre a questi ascrivibile, è ancora più grave.</p>
<p>Parto dalla sensazione che la maggior parte dei cronisti si sia adagiata, incapace di proporre i servizi di un tempo, difficili da confezionare ma decisamente interessanti; d’altra parte può far conto sulla contemporanea assuefazione del più dei lettori a notizie scontate, omologate e ripetitive. Al punto che non è chiaro se quel che ci è proposto sia la causa o la conseguenza di un andazzo generale. E’ vero, poi, che su internet si può accedere con la stessa facilità ai siti stranieri e a quelli di casa nostra. Ma non è questo un buon motivo per affidarsi esclusivamente a un improvvisato <em>slang</em> internazionale, sia perché ne va dell’italiano che perché il rischio di prendere una cantonata è altissimo. Mi viene il sospetto che un po’ per adeguarsi al dilagante impoverimento culturale e un po’ per sopperire a una scarsità di contenuti si sia puntato sulla mera spettacolarizzazione espositiva.</p>
<p>Gli obbrobri che segnalerò sono tutti collegati fra loro perché figli dello stesso approccio superficiale alle cose, ma desidero comunque partire dalle basi, evidenziando innanzitutto come non si stia più onorando l’italiano, lingua che resta la nostra e oltretutto, notoriamente, basta a se stessa. Senza tirare in ballo Dante, i toscani, la  Crusca, il latino e il greco, basterebbe ricordare l’eleganza espositiva di Giuseppe Albertini, esiliato nella televisione svizzera, per capire come il lessico corrente sia invece misero e strampalato, in ogni caso inadeguato. Non pretendo che come lui si parli ancora di casacche invece che di maglie, soprattutto quando queste ultime hanno più caratteristiche tecniche di un’auto fuoriserie; sarebbe sufficiente che si parlasse di rimessa laterale e non di ‘touche’. Anche solo perché quest’ultima, nel calcio, non esiste. Non se ne parla nei regolamenti, non somiglia a quella del rugby nell’esecuzione e prima ancora nelle modalità di assegnazione. Questo scempio linguistico apparentemente risibile a confronto di quelli più recenti è stato capace di resistere per anni, come un mangidischi nell’era del <em>blu-ray</em>, al punto che quando lo sentiamo ormai sorridiamo compiaciuti come davanti a un oggetto <em>vintage</em> che ci ricorda i bei per quanto <em>kitsch</em> tempi andati. C’è da spaventarsi, quindi, a immaginare cosa partoriranno le menti indebitamente globalizzate di chi decide come si debba parlare (anche) di calcio oggi. Oggi che l’uscita spettacolare è la base di ogni conversazione. Oggi che i più si esprimono citando chi fa monologhi al cabaret, consapevoli di poter essere capiti al volo. Ma ignari del fatto che chi fa cabaret mira a mettere in ridicolo le mostruosità dei nostri abiti.</p>
<p>Con la prospettiva di una Finale del Mondiale FIFA per Club fra l’Inter di Milano e quello di Porto Alegre, mi viene subito in mente il famoso Triplete di cui tutti, in Italia, hanno iniziato a parlare non appena si è avuto il sentore che i nerazzurri avrebbero potuto vincere tutte e tre le competizioni cui partecipavano la scorsa stagione, come il Barcellona aveva fatto l’anno prima. In Inghilterra, per esempio, dicono Treble, e in Italia esiste la parola ‘tripletta’. Perché non utilizzarla? Già che ci siamo, cosa dire poi della ‘remontada’ preferita all’italiana ‘rimonta’, o ‘rincorsa’? Arriveremo a parlare di ‘rally’ come negli Stati Uniti se una delle nostre squadre dovrà recuperare in classifica rispetto a una americana? Ma che provincialismo!</p>
<p>Penso anche ai ‘playmaker’ e ‘pivot’ del basket, che indicano rispettivamente colui che imposta il gioco e il centro che di norma è anche il giocatore più alto, spesso preferiti nel corso di tele e radiocronache calcistiche a ‘regista’ e, che so, ‘torre’. Anche la famosa ‘giostra dei rigori’ ha fatto il suo tempo, oggi c’è lo ‘shoot-out’. Il risultato, parziale o finale che sia, è diventato lo ‘score’. E da quando le partite di Real Madrid e Manchester United sono trasmesse in Italia tanto quanto quelle di casa nostra, il vivaio, fosse anche dell’Atalanta, è la ‘cantera’, più raramente l’Academy. Forse per non essere ripetitivi, pesanti nella narrazione. Sarà…</p>
<p>Il rischio, però, è che si finisca anche per fare un grande pasticcio, mischiando e fraintendendo discipline, ruoli e competizioni che non sono chiari ai giornalisti per primi. A tutto svantaggio di chi ascolta, perché alcuni si aspettano ancora di essere bene informati da chi dell’informazione ha fatto una professione. Un esempio. L’inglese Community Shield, partita non ufficiale che si gioca da più di cent’anni, viene regolarmente paragonata alla Supercoppa italiana istituita giusto alla fine degli anni Ottanta del Novecento… E che ha regole diverse. In questo caso l’imprecisione è davvero grave e si fa pessima informazione: per semplificare, si travisa completamente lo spirito di questo trofeo straniero e si trattano gli ascoltatori da beoti incapaci di andare oltre.</p>
<p>La facilità con cui si sta liquidando la nostra bella lingua in favore di un’esterofilia esasperata fa coppia anche con un’approssimazione grottesca. Mai sazi di citazioni, molti giornalisti finiscono per fare traduzioni improprie. “Al campione!”, esclamò uno di questi provando a rendere in italiano ‘a lo campe<em>ón</em>’, titolo del Mundo Deportivo che invece indicava come il Barcellona avesse giocato ‘da campione’. Durante i Mondiali del Sud Africa, poi, ho riso tantissimo sentendo che un telecronista di punta parlava di Luis Fabiano, l’ex San Paolo e attuale nazionale verdeoro, come di ‘el Fabuloso’, del tutto incurante del fatto che questo giocatore è brasiliano e che quindi è e va chiamato ‘o Fabuloso’… Ma questo giornalista è lo stesso che parimenti a milioni di italiani pronuncia alla spagnola Juan e Julio Cesar, gli ex Flamengo ora rispettivamente alla Roma e all’Inter, altri brasiliani.</p>
<p>Si può concludere che non è solo una questione di lingua, ma piuttosto di marasma totale da cui non si sa più come uscire. Sarà che c’è la convinzione che si debba stupire a ogni costo e che tutto passa rapidamente di moda, come l’ultima suoneria per telefonini, ma non sanno più come raccontarci cosa. Sempre più spesso si sentono dire cose del tipo ‘come si direbbe nel…’ e giù con una sfilza di sport che non somigliano minimamente al calcio. Per far contento qualche funambolo della globalizzazione linguistica, mi verrebbe da dire che i giornalisti hanno per lo più perso il senso della loro ‘mission’…</p>
<p><em>mio articolo per ‘Comunità Italiana’ di Rio de Janeiro, pubblicato nell’edizione di settembre 2010</em></p>
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		<title>Niente di Mou-ovo</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 08:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il campionato non è ancora ripreso e già ci risiamo. Sembra proprio che né alcuni protagonisti né tanto meno molti giornalisti, figuriamoci, riescano a fare a meno del peggio del calcio. Moratti l’ha sparata e alla Juve gli sono subito andati dietro. Nel frattempo, persino dalla Spagna, Mourinho riesce a farsi sentire. Capitolo Moratti-Juve. Volutamente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=178&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il campionato non è ancora ripreso e già ci risiamo. Sembra proprio che né alcuni protagonisti né tanto meno molti giornalisti, figuriamoci, riescano a fare a meno del peggio del calcio. Moratti l’ha sparata e alla Juve gli sono subito andati dietro. Nel frattempo, persino dalla Spagna, Mourinho riesce a farsi sentire.</p>
<p>Capitolo Moratti-Juve. Volutamente allusivo e criptico al tempo stesso, come suo solito, il Presidente interista ha dimostrato ancora una volta di non reggere la pressione di certe analisi nemmeno troppo impietose proposte dall’intervistatore di turno e ha pensato bene di tornare a sparare a zero su quel che non fa parte del suo intonso mondo. La mira, però, l’ha presa. Inutile infatti sostenere che accennando a chi ha comprato partite non ce l’avesse con la Juve, a meno che non si creda che volesse tirare in ballo il Genoa di Preziosi con la sua valigetta o la Fiorentina rea confessa. E’ un’ipotesi davvero irreale perché queste due squadre non hanno mai vinto né impensierito l’Inter ma soprattutto ancora deve nascere il dirigente che ha a cuore le sorti del movimento calcistico italiano preso nel suo complesso. Alla base, però, c’è un enorme malinteso che è a tutto favore dell’Inter e chiaramente di Moratti. Tutto questo parlare che si fa dal Mondiale in poi circa le colpe dell’Inter multietnica, come l’ha chiamata il suo Presidente, se il calcio italiano fa pietà, è quanto di più stupido si possa affermare. Cosa c’entra se la squadra attualmente più forte d’Italia schiera solo stranieri? Forse che non possa, con le norme che regolano il calcio mondiale dalla sentenza Bosman in poi? O che questo impedisca o abbia impedito agli altri Club di far giocare italiani? Di tutelare la Nazionale, se davvero da qualche parte ci tengono più che all’Inter? Corretto sarebbe dire che se la squadra più forte che abbiamo è fatta di stranieri (lasciamo perdere i nuovi italiani di prandelliana definizione) è segno che il calcio italiano, tutto, fa acqua. E’ una questione logica, mentre quel che si è spesso detto finora è quanto di più illogico si possa sostentere.</p>
<p>Tornado a bomba sull’uscita di Moratti, sarebbe bastato che replicasse a chi lo stava intervistando che si dovrebbe fare il giro d’Italia a chiedere a presidenti e dirigenti vari perché abbiano comprato anche loro tanti stranieri, dato che ce ne sono a fiumi, con l’aggravante che non sono nemmeno tanto forti. Se polemico voleva essere, ce l’avrebbe fatta lo stesso. E non mi facciano ridere col distinguo fra comunitari, extracomunitari e naturalizzabili… Sarebbe risultato altezzoso, è vero, ma almeno avrebbe fatto la figura del dirigente in gamba, lui. E invece no. Il buon Moratti c’è cascato un’altra volta. Come non credere, poi, che non soffra davvero di un senso d’inferiorità anche adesso che siede sul tetto d’Europa? E che la storia della Juve non lo ossessioni? Venendo proprio ai binaconeri, chiaramente ci si poteva aspettare un’altra reazione da Elkann prima e Agnelli poi. Il massimo sarebbe stato il silenzio. Anche se alla fine, visti i tipi, non stupisce che abbiano dato l’ennesima dimostrazione di non essere all’altezza del proprio ruolo e così abbiano abboccato. Non mi dilungo di più su di loro: benché non mi piaccia chi solleva polveroni, a loro non riconosco nemmeno questa capacità. Di caratteristica ne hanno una sola: rendono ogni giorno più chiaro che la Juve è morta e sepolta. Che la si tifi o meno, è pur sempre un pezzo di calcio italiano che se n’è andato.</p>
<p>Intanto, da Madrid continuano ad arrivare stoccate di Mourinho a Benitez, che sembra abbia la colpa di aver ereditato una squadra fortissima. Ora, a me sembra che anche Mourinho dovrebbe ringraziare qualcuno. Nello specifico Branca, per aver rimediato al mercato che lui aveva in testa e ha pure provato ad imporre, ma anche per aver concesso a Moratti un unico vizio fra i tanti di sempre, cioè quello di spendere fortune per provare ad allestire uno squadrone, almeno finché è stato possibile. Mi riferisco, dato che ce l’hanno fatta, alla corazzata con cui Mourinho ha vinto tutto: ben altra cosa rispetto alla buona squadra con cui l’anno prima aveva anche perso. A modo suo, insomma, anche il portoghese ha avuto il suo bel paradiso, quello che adesso rinfaccia al nuovo allenatore dell’Inter. Anzi, ne ha avuti parecchi, altrimenti dopo il Porto non sarebbe andato al Chelsea ma magari al West Ham se davvero è la Premier League che gli piace. E adesso non avrebbe scelto il Real, di cui aveva voglia al punto che per dimostrarsi suo non ha saputo nemmeno attendere che terminassero i festeggiamenti di una particolare serata di fine maggio al Bernabeu. Forse che avesse voglia di allenare Cristiano Ronaldo, Casillas, Higuain, Benzema, Xabi Alonso e Kakà con la prospettiva di affiancargli gente come Di Maria, Oezil, il suo amato Carvalho e chissà chi altri? Dopo i privilegi del passato, gli facesse tanto ribrezzo il paradiso avrebbe potuto andare al Liverpool che, come testualmente ha detto, renderà dura la vita a Hodgson dato che negli ultimi anni è andato sempre peggio. Questo suo sogno di cui aveva a lungo e chiaramente parlato, però, è svanito contemporaneamente alla pressione fatta dalle banche sul Club di Anfield. Neppure il blasone ha potuto. Chissà perché, diavolo di un José…</p>
<p>Tutto ciò premesso, come si suol dire, la conclusione è una sola. Ci aspetta un altro anno di squallore. Mi riferisco a noi, gente ragionevole. Perché così è deciso. Di fronte alla pacatezza di un altro vincente come Benitez, che può aver conquistato la stampa ma di certo non la soddisfa, sembra che non si riesca a fare a meno di polemiche innescate anche di là dai Pirenei. Men che meno, ci sarà modo di liberarsi dei batti e ribatti sterili ma velenosi fra i protagonisti di qui dalle Alpi. C’è tanta gente inetta, al limite dell’irresponsabile, che riuscirebbe a discutere anche su un’isola deserta ma che, soprattutto, chi decide di cosa riempire giornali e notiziari non vuole mollare.</p>
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		<title>Brandelli d’Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 21:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E via! Archiviati Mondiali, Lippi e vecchi campioni è ripartita l’avventura della Nazionale Italiana. O meglio ha preso inizio un nuovo, avventuroso capitolo azzurro. A Londra, il vuoto degli spalti di Upton Park ha fatto il paio con quello di idee dei ragazzi di Prandelli, la cui convocazione è ancora da capire se sia stata [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=169&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E via! Archiviati Mondiali, Lippi e vecchi campioni è ripartita l’avventura della Nazionale Italiana. O meglio ha preso inizio un nuovo, avventuroso capitolo azzurro.</p>
<p>A Londra, il vuoto degli spalti di Upton Park ha fatto il paio con quello di idee dei ragazzi di Prandelli, la cui convocazione è ancora da capire se sia stata tutta farina del sacco del nuovo c.t. piuttosto che un misto fra imposizioni della piazza e dei corridoi della Federazione.</p>
<p>Nessuno si aspettava una gran prova a poche decine di ore dal primo incontro fra questi nuovi protagonisti, giocatori e tecnici. Soprattutto perché senza perdersi nei retorici quanto strampalati commenti per cui i nuovi convocati si sono dimostrati frizzanti resta il fatto incontestabile che sono piuttosto giovani. Il che non è una colpa. E se lo è non è loro, perché l’unico rischio è che si ritrovino ad avere 25 anni senza che gli si sia fatta fare esperienza ad alti livelli, come dire una rappresentativa giovane però un po’ cotta. Ma alcune considerazioni si possono comunque già fare, a partire da una sterilità di spunti a cui confronto quelli del povero Marchisio versione rifinitore in Sud Africa erano da leccarsi le dita. Invece in campo c’era Cassano, che però ha avuto la stessa precisione negli assist di un golfista al colpo d’apertura… Le qualità del barese non si discutono e le ho ben presenti, ma una sua prestazione sotto tono dovrebbe far capire ai contestatori ‘senza se e senza ma’ che non bastano il nome e la fama per far sempre bene. A Cassano, poi, in ragione dell’esperienza internazionale già fatta in azzurro e coi diversi Club in cui ha militato spettava il ruolo di trascinatore in avanti come a De Rossi a centrocampo e a Chiellini in difesa. Ma se questi ultimi hanno giocato bene nel caso del sampdoriano le ipotesi sono due: o è ancora indietro nella preparazione oppure non meritava di assurgere a simbolo degli attacchi a Lippi, a meno che poco interessasse a chi lo portava sugli scudi che le sue sgambate confermassero sempre e comunque le feroci critiche mosse a prescindere all’ex c.t. ben prima di vedere come ha avuto il coraggio di schierare i suoi uomini in Sud Africa. In quanto all’altro paladino degli antilippiani, Balotelli, mi sento di dire soltanto che la stampa inglese gli ha voluto dare addosso con gratuita cattiveria, forse spaventata da un’analoga povertà tecnica e, complice Capello, tattica della propria Nazionale. E per questo pronta a interpretare a modo suo, invertendolo, il vecchio adagio per cui il miglior attacco è la difesa.</p>
<p>Detto questo, c’è da notare che un blocco juventino esiste ancora. Eccome se c’è! E non è che via Lippi chi ha l’ossessione dei bianconeri non debba più far di conto… Forse però sarebbe il caso che iniziasse a porsi certe domande. Sarà che fra le squadre capaci di dare alla Nazionale calciatori che giocano anche in Europa la Juve è l’unica a puntare sempre e comunque sugli italiani, ma fra assenti che altrimenti sarebbero sicuri titolari, giocatori già buttati nella mischia e altri che fanno comunque parte del gruppo arriviamo a sfiorare numeri record. Buffon, il Motta italiano, Chiellini, Bonucci, Marchisio, Pepe, Amauri, Iaquinta. Sempre che qualcuno non voglia buttarci dentro pure i vari Molinaro e Criscito che la Juve ha lanciato benché poi anche scaricato oppure non intenda ridimensionare la cosa ed escludere Bonucci, di origini diverse, e coloro che si erano guadagnati la prima convocazione con altre squadre. Per tornare alle famose domande che qualcuno potrebbe porsi, però, non è che messa da parte l’avversione viscerale per Lippi e la Juventus questa Società si stia semplicemente e per l’ennesima volta dimostrando quale unico vero serbatoio azzurro, <em>in saecula saeculorum</em>?</p>
<p>A proposito di bianconeri, ho menzionato Amauri. E qui son dolori. Lo sono almeno per come vedo io il calcio. Alla fin fine non è che non aver imparato l’inno dopo tante dichiarazioni d’amore per il nostro Paese sia stata per forza una manchevolezza. La si può leggere come l’espressione di un velato imbarazzo nel momento in cui la maglia tanto inseguita se l’è messa indosso per davvero. L’ormai italo-brasiliano, che non può nemmeno essere assimilato a un oriundo dato che di sangue italiano nelle vene non ne avrà mai a meno che non si faccia delle trasfusioni, non è comunque il caso più strambo fra quelli dei giocatori che Prandelli ama definire ‘nuovi italiani’.  E’ da stampa e Federazione, che ormai pari sono in quanto a influenza, che sono stati indicati i casi più clamorosi. Thiago Motta è stato già inserito fra i delusi per la mancata convocazione mentre addirittura è Ledesma il prossimo campione che potrebbe rinforzare il centrocampo azzurro… Roba da non crederci! Io vorrei tornare indietro nel tempo, a quando erano bambini, e chiedere a ognuno di loro per quale Nazionale volesse giocare. Secondo voi? Senza considerare che se fossero finiti in Germania o avessero sposato una tedesca adesso starebbero esaltando la Nazionale di quell’altro Paese lì. Idem in Inghilterra. Eccetera eccetera. E coi vari Maxi Lopez e Zarate pronti a far parte di questo nuovo fantastico gruppo, non m’interessa che alcuni abbiano nonni italiani e altri invece abbiano la moglie di qui. Già è dura da digerire che si possa diventare comunitari e che quindi si trovi una collocazione diversa nel mercato dei Club. Figuriamoci questo circo delle nazionalità. Nel commercio (di questo si tratta) tutto è possibile, ma umanamente e sportivamente è grottesco.</p>
<p>La considerazione più importante però è un’altra e non ha niente a che vedere con la supposta brillantezza dei nuovi ragazzoni del povero Prandelli né con un autentico desiderio di rinnovamento civile e costruttivo da parte della Federazione, a meno che il ruolo di Roberto Baggio non sia di peso. Intendo dire che la Nazionale del Sud Africa era il mal di testa dell’Italia del pallone e quella che sta nascendo è l’antinfiammatorio col quale provare ad arginarlo: anche nel migliore dei casi avrà effetti collaterali, e per evitare che devasti lo stomaco bisogna prima mandar giù qualche boccone. Amaro. Ah, come sarebbe bello che si ricorresse invece ai rimedi naturali! Con giovani italiani che crescono, le squadre di qui che li fanno giocare, un reale entusiamo derivante dall’identificazione e poi, con un po’ di fortuna, i numerosi titoli dell’Under 21 di qualche tempo fa replicati dalla Nazionale maggiore.</p>
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		<title>Che calcio ci aspetta?</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 22:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Archiviati i Mondiali con uno dei più clamorosi flop nella storia calcistica italiana, poche settimane ci separano dall’inizio del nuovo campionato. Saranno giornate decisive non tanto per la preparazione, che già tutte le squadre hanno iniziato benché senza la maggior parte dei reduci dalla disastrosa campagna sudafricana, quanto per il mercato. Non appena Lippi ha [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=165&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Archiviati i Mondiali con uno dei più clamorosi flop nella storia calcistica italiana, poche settimane ci separano dall’inizio del nuovo campionato. Saranno giornate decisive non tanto per la preparazione, che già tutte le squadre hanno iniziato benché senza la maggior parte dei reduci dalla disastrosa campagna sudafricana, quanto per il mercato.</p>
<p>Non appena Lippi ha girato i tacchi per rientrare negli spogliatoi di Ellis Park al termine della sconfitta decisiva con la Slovacchia, seguito nel giro di pochi minuti da giocatori e assistenti vari, giusto il tempo di asciugarsi le lacrime, le dita di tutti gli inviati e quelle dei commentatori rimasti in Italia hanno iniziato a battere sulle tastiere dei computer parole come ‘ricostruzione’, ‘settori giovanili’ e ‘vivai’. Ben presto, a queste si sono aggiunte ‘oriundi’ e ‘naturalizzati’, fino a quando il nuovo c.t. Prandelli non ha coniato l’espressione ‘nuovi italiani’, di certo rassicurante e politicamente assai corretta ma nella sostanza indicatrice della situazione delicata e deficitaria in cui si ritrova il movimento calcistico italiano dopo anni di gestione sciagurata. Sì, perché se la soluzione al problema dell’assenza di forze fresche venisse trovata in questa scorciatoia, la Nazionale rischierebbe di essere modellata sulla falsariga dei tanti Club che contano sul pret-a-jouer. Ahimé. </p>
<p>Proprio questo aspetto che a breve verificheremo quanto incisivo o meglio decisivo s’intreccia coi temi di mercato cui si faceva cenno. E’ evidente, infatti, che la strada intrapresa dalle singole squadre si rifletterà ancora una volta sull’organizzazione della Nazionale, lasciando al selezionatore poca scelta al di là di quella iniziale, che potrebbe rivelarsi drastica nel momento in cui decidesse di puntare sui giovani poco rodati che offre il nostro Campionato (restano esclusi i pochi ragazzi di talento impegnati all’estero) piuttosto che principalmente su campioni di provata esperienza nonché provenienza variegata. Ecco, una volta che Prandelli dimostrerà di voler puntare su questi o quelli, come sempre dovrà poi fare i conti con quel c’è. E nel primo caso sarà costretto a dar fondo a tutta la propria abilità, imponendo innanzitutto ai Club l’impiego di più giovani in ruoli da protagonisti.</p>
<p>Ed è qui che casca l’asino, come si suol dire. Il pasticcio, l’ennesimo, è stato fatto dalla Federazione, che in corsa ha provato a limitare l’acquisizione di nuovi extracomunitari dall’estero lasciando comunque libere le contrattazioni riguardanti i tantissimi che giocano già in Italia. Questo nel tentativo repentino e un po’ ingenuo di obbligare anche i Club più importanti a dare spazio ai giovani calciatori italiani, senza però tener conto del fatto che a questi si potrebbero ugualmente preferire gli extracomunitari che sono già qui, vista soprattutto l’ampia scelta. Certamente infastiditi a ragione da un cambio di regole in corsa soprattutto a fronte di tanti soldi che ci sono in ballo, mi è parso però che i Club abbiano comunque fatto capire attraverso la Lega (che li rappresenta) che sarebbero proprio i quattrini non più gestibili come pianificato a preoccuparli. La tutela dei settori giovanili, da cui più o meno sinceramente era partita l’iniziativa della Federazione, ha invece avuto un ruolo decisamente marginale.</p>
<p>Comunque la si pensi, mi viene naturale osservare che alla fine proprio ai giovani si dovrà arrivare, però. L’annunciato <em>fairplay</em> finanziario voluto dalla UEFA fra un paio di anni inchioderà tutte le Società calcistiche europee alle proprie responsabilità, obbligandole non solo a investire parte dei propri soldi in un certo modo (con iniziative come la costruzione di impianti di proprietà ma anche iniezioni al merchandising e proprio ai vivai) ma anche a presentare bilanci che dipendano esclusivamente dall’attività svolta, dimenticandosi interventi improvvisi e risolutori di capitali esterni. Molti Club italiani, al pari di quelli europei, hanno allora già frenato decisamente rispetto anche solo all’anno scorso, e così benché il tipico agosto dei botti di mercato sia ancora lontano dal concludersi non c’è praticamente nessuno che stia comprando senza aver prima venduto. E non sono pochi i ragazzi pronti a essere finalmente trattenuti dalle grandi invece che dirottati come costume in Serie B o in squadre di Serie A ma che non sono in grado di fargli fare anche esperienze europee, per esempio. Un po’ necessità urgente, visti i pochi quattrini che girano, e un po’ pianificazione in vista dell’appuntamento apparentemente inevitabile col citato e implacabile (speriamo finalmente per tutti) fairplay finanziario. </p>
<p>Fatto sta che i giovani finiranno comunque per tornare a essere al centro dell’attenzione. Purtroppo solo perché non se ne potrà fare a meno, e ci sarà da ridere a osservare i grandi Club che si spiano per vedere chi farà questo passo per primo, col rischio magari di indebolirsi rispetto a chi rimanderà il cambiamento fino all’ultimo… E poi in Italia non ci sono i corrispettivi di Barcellona, Manchester United e Arsenal, che ogni anno lanciano tre o quattro campioncini nuovi da leccarsi le dita… In attesa di scoprire se dei limiti agli acquisti di stranieri da fuori Italia ci saranno davvero e riguarderanno anche le prossime stagioni, mi auguro poi che ai giovani di casa nostra non vengano preferiti i diciotto-ventenni già pronti che vengono dal Sud America senza che la loro crescita abbia pesato sulle casse dei Club nostrani. Ai Martinez e ai Suarez, che so, preferirei i Rossi e i Caputo, insomma. Non certo per sciovinismo, ma perché oltre che a chiudere affari redditizi con l’estero vorrei che i dirigenti italiani riuscissero a dare finalmente corpo a un sentimento diffuso nel Paese, fatto anche di orgoglio. Altrimenti smettiamola di dire che il calcio è lo sport della gente e chiariamo una volta per tutte che è dell’agente. </p>
<p><em>mio articolo per ‘Comunità Italiana’ di Rio de Janeiro, pubblicato nell’edizione di agosto 2010</em></p>
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		<title>Comunque vadano a finire questi Mondiali</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 14:17:17 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Spagna e Olanda si disputeranno la Coppa del Mondo in una Finale inedita. Già questa è una notizia. Se si bada anche alla forza delle squadre, però, non mi stupisce che ci sia la Spagna, che negli ultimi anni ha capitalizzato al meglio il blocco del Barcellona; semmai storco un po’ il naso per l’Olanda, capace di collezionare sei vittorie su sei con poco più di una prima linea scatenata e di accendere quindi abbastanza inspiegabilmente le fantasie di gran parte degli opinionisti. E via a parlare di chi vincerà il Pallone d’Oro. A proposito, credo che se vince l’Olanda ce l’abbia già in tasca Sneijder, a meno che Robben non risulti decisivo domenica sera. Se invece a trionafare sarà la Spagna, a Villa coi suoi gol preferirei il madridista Casillas, cui il premio sfuggì due anni fa dopo il successo continentale, in Sud Africa è stato spesso determinante e nel corso dell’ultima stagione ha battutto il record del maggior numero di partite in Nazionale senza subire gol che spettava a Zubizarreta; in alternativa Puyol, anche in ragione dell’epoca dorata del suo Club e, dovesse aggiudicarselo, sulle orme del Cannavaro del 2006 a testimoniare l’importanza sempre crescente che si riconosce alle difese.</p>
<p>Se l’andamento di molti campionati nazionali e delle Coppe mi ha convinto che chi vince non merita necessariamente più attenzione ed elogi di chi ha fatto meglio pur non avendo trionfato, dopo questi Mondiali allargo il mio approccio anche al più importante torneo che esista. Un po’ questo pallone che a detta di alcuni è normale ma evidentemente non lo è, un po’ l’altitudine di molte città ove si è giocato, che con lo <em>Jabulani</em> ha dato vita a una miscela letale per cui non si sono viste specialità assolute e per nulla di contorno come punizioni ben tirate ma, semmai, un numero spropositato e per questo sospetto di papere dei portieri, un po’ di più a causa di errori arbitrali che hanno stravolto questi campionati al di là della forza o meno di chi ha pagato per essi, ecco, per queste ragioni che sono tutto meno che dettagli per me chi vincerà non ha importanza.</p>
<p>Vorrei però che vincesse la Spagna. Non c’entrano le simpatie. C’entra però il fatto che le Furie Rosse sono al loro massimo storico mentre invece l’Olanda ha solo tre o quattro campioni davanti ma è lontana anni luce da quella forse inimitabile e per questo eterna degli anni Settanta e ben distanziata anche da quella completa di fine Ottanta, non a caso creature di un genio rivoluzionario come Rinus Michels. E com’è giusto che il Brasile di Dunga, spento proprio perché affidato a trapiantati nella ricca ma noiosa Europa calcistica, sia tornato a casa in anticipo sebbene dopo aver surclassato proprio l’Olanda per un tempo intero, dico che è la Spagna azulgrana nei numeri, nelle idee e nelle movenze che dovrebbe mettere il sigillo su questa Coppa. Che è come dire sull’ultimo quadriennio. Ma poco m’importa chi vincerà, perché so bene che lo si può fare anche per una (ennesima?) botta di fortuna e per questo le mie considerazioni vanno oltre l’esito dell’atto conclusivo.</p>
<p>Lasciando dunque da parte la Finale, di questi campionati non mi è piaciuta la soluzione cosmopolita della pur forte (ma non fortissima) Germania, soprattutto perché la versione italiana di questo approccio potrebbe essere grottesca, passando nemmeno per giovani di ogni provenienza purché siano forti bensì per campioni affermati dal doppio e magari anche recente passaporto… Spero di essere smentito. E mi auguro che dopo vent’anni di mancato travaso di giovani nel calcio che conta si faccia il necessario per dare a Prandelli, da qui a qualche tempo, qualcosa di nuovo (ma italiano) su cui lavorare. Certa mobilità lasciamola alla vita di tutti i giorni, dove può far bene: allo sport, invece, garantiamo l’identità.</p>
<p>Passando ai protagonisti, credo che nel caso di Maradona si debba distinguere fra la capacità di fare gruppo e quella di allenare. Sono convinto che se Mourinho non avesse passato in Italia gli ultimi due anni scarsi, il potere motivazionale del c.t. dell’Argentina non sarebbe stato riconosciuto come una qualità ma semmai come un simpatico risvolto del carattere, come nel caso di Cuper e Zeman che, perdenti quanto Maradona, non godono poi di troppa considerazione. Peccato che l’Albiceleste sia andata in mano a Diego, perché forte com’è avrebbe potuto rappresentare il meglio del calcio odierno tanto quanto la Spagna. </p>
<p>Capitolo arbitri. O dovremmo dire FIFA? Ma se le Nazionali che si disputano la Coppa sono le migliori, perché non devono esserlo anche gli arbitri? Forse un volontario segnale di democratica apertura nella terra che fu straziata dall’<em>apartheid</em>? Ma va, il fatto è che certe Federazioni di Paesi in cui a stento si gioca a calcio danno ugualmente voti ed è risaputo che Blatter badi più a se stesso che a ciò che deve tutelare, profumatamente pagato. Quindi spazio agli arbitri di quei Paesi&#8230; Dopo lo scempio di chili di cartellini mostrati da direttori di gara esotici, di fuorigioco segnalati o meno ma comunque a vanvera, della tecnologia rifiutata in sede decisionale ma elargita a piene mani (o meglio pixel) sui megaschermi degli stadi, ci mancavano solo arbitri volatizzatisi dai ritiri senza lasciar traccia. Con tanto parlare che si fa di UFO, le loro <em>abduction</em> non hanno sconvolto nessuno. Ma ci sono state. E ognuna di esse è dipesa da uno o più errori fatali ma anche già archiviati senza possibilità di rimediarvi, mentre il Mondiale andava avanti, e avanti andavano le presunte Nazionali migliori graziate da questo o quel fischietto poi epurato.</p>
<p>Ora però vorrei parlare del gioco, perché da esso tutto parte e a esso tutto dovrebbe essere ricondotto. Durante i Gironi si era detto che l’Europa ha perso terreno nei confronti di un Sud America capace di lanciare anche Nazionali di seconda fascia. Poi, complici alcuni scontri diretti che hanno fatalmente ridotto queste ultime, almeno di qua dall’Atlantico in molti hanno tirato un sospiro di sollievo perché alle Semifinali sono arrivate tre europee e la Finale sarà tra Spagna e Olanda. Io credo invece che un rigore sbagliato, un tiro finito di poco fuori o un gol decisivo preso in furigioco possano solo impedire di passare il turno ma non certo cancellare quanto mostrato. Il Centro-Sud America ha dato il meglio di questi Campionati, eccezion fatta e com’è giusto che sia per il Brasile-non-Brasile all’europea (non a caso) e il modesto Honduras. L’Europa, da par suo, non ha saputo trovare le contromisure ad alcune squadre molto, troppo fisiche e per questo in grado solo di non subire ma poi sterili al momento di produrre, e spero fortemente che questo modo di non giocare a calcio ma di andare avanti in una competizione calcistica muoia con la stessa velocità con cui ha attecchito. Perché c’è differenza tra fare fior di ripartenze come nel caso di Uruguay, Paraguay, Corea del Sud e Giappone e limitarsi a non prenderle come la Nuova Zelanda. Anche se, certo, è peggio non saper come venire a capo della difesa degli All Whites, soprattutto se si è Campioni del Mondo…</p>
<p>Per finire, l’Europa non può nemmeno illudersi di essere rappresentata dalle due finaliste. Nel caso dell’Olanda, farebbe proprio meglio a non volerlo, dato che di invidiabile negli arancioni ci sono solo l’attacco e la buona sorte. Nel caso della Spagna, invece, sarebbe sfrontato volercisi rispecchiare, perché praticamente nessuno nel Vecchio Continente (Spagna inclusa) ha il coraggio di credere nei vivai, e se non esistesse quello del Barcellona non staremmo qui a parlare di una grande Nazionale.   </p>
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		<title>United States of Germany</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 20:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voglio andare controcorrente. Anzi devo. Giù il cappello di fronte alla macchina perfetta della Germania, che dopo aver superato nettamente benché in condizioni particolari l’Inghilterra e schiantato l’Argentina si appresta ad affrontare la Spagna. Tredici gol in cinque partite vogliono dire tanto, tre poker e appena tre reti subite ancor di più. I tedeschi vanno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=151&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Voglio andare controcorrente. Anzi devo.</p>
<p>Giù il cappello di fronte alla macchina perfetta della Germania, che dopo aver superato nettamente benché in condizioni particolari l’Inghilterra e schiantato l’Argentina si appresta ad affrontare la Spagna. Tredici gol in cinque partite vogliono dire tanto, tre poker e appena tre reti subite ancor di più. I tedeschi vanno sempre fortissimo ai Mondiali, ma quelli che ci sono in Sud Africa stanno veramente impressionando e penso anche alla prova eccellente contro la Serbia, in occasione dell’unica sconfitta patita almeno fin qui.</p>
<p>Con l’eliminazione ai Quarti di Brasile e Argentina per mano di Olanda e Germania, una semifinale fra quest’ultima e la Spagna e l’altra fra l’Olanda e l’unica sopravvissuta sudamericana, l’Uruguay, l’Europa rialza la testa e gli innamorati del risultato dicono che il Vecchio Continente, alla fine, si è imposto un’altra volta. Ma io no.</p>
<p>Il discorso sulla Spagna lo si liquida presto dicendo che la sua anima è il Barcellona dei campioni usciti dalla Scuola Calcio <em>azulgrana</em> (niente meno che Puyol, Piqué, Busquets, Xavi, Iniesta, Fabregas e Pedro) con l’aggiunta di Villa e qualche altro buon giocatore. Insomma, niente di paragonabile a tutte le altre Nazionali europee. La classica eccezione che nell’occasione conferma la (triste) regola dei vivai trascurati.</p>
<p>In queste settimane si sta cavalcando il tema degli oriundi di <em>edoardoagnelliana</em> memoria, evidentemente augurandosi che altri stranieri travestiti in fretta e furia da italiani possano tornare a fare la fortuna dei nostri Club e degli Azzurri, come negli anni Trenta. Si sottolinea quasi con stizza che l’Inter pigliatutto non ha un italiano titolare fisso, ma poi volendo scegliere la via più facile per riprendersi ci si dice subito pronti a fare altrettanto con la Nazionale, che però non è un Club… Ma sì, puntiamo sui ragazzi africani e sudamericani che già riempiono le nostre giovanili almeno quanto le prime squadre, e successo sarà! Rabbrividisco.</p>
<p>Non riesco a concepire quest’idea. I giovani stranieri pronti a scegliere per quale Selezione giocare non sono per forza migliori dei nostri e se fino a oggi hanno badato a dove potevano trovare più spazio temo che un domani possano essere convinti a suon di soldi passati sottobanco&#8230; E poi per me l’identità, almeno quando si tratta di Nazionale, è un punto fermo e una ricchezza cui non si può, non si deve rinunciare.</p>
<p>Ma torniamo alla Germania e cerchiamo di capire perché Germania non può essere chiamata e l’Europa delle Nazionali ha poco da sentirsi rappresentata da essa in Sud Africa.</p>
<p>Klose, Podolski, Trochowski, Cacau, Tasci, Oezil, Boateng, Marin, Khedira, Aogo e Gomez son tutti calciatori forti e bravi, ma nessuno di loro è tedesco. Pensate che i fratelli Boateng han deciso di giocare uno da tedesco e l’altro da ghanese… Quando vediamo una foto di Klose che abbraccia Oezil dobbiamo sapere che si tratta di un polacco che abbraccia un turco e che quel polacco si sente tale al punto che nonostante abbia trent’anni suonati farà di tutto per giocare i prossimi Europei in casa propria, come ha detto lui stesso. Questi giocatori non avrebbero trovato spazio in Nazionale, fino a qualche anno fa. E se adesso invece sì, non credo che sia una conseguenza del cosmopolitismo di quel Paese e del resto d’Europa. Credo semmai che la Germania, in tempi di magra, abbia precorso i tempi pesacando da ogni parte e forse anche forzando un po’ la mano se è vero (ma non lo sapremo mai) che il passaporto tedesco di Oezil non è regolare, come ha detto il rispettato e consideratissimo Hiddink, non penso solo perché avrebbe voluto schierarlo con la sua Turchia.</p>
<p>Posso invece arrivare a pensare che questa Germania sia lo specchio della Nazione che rappresenta: ben distinta da quella fra le due Guerre ma anche furba. Se Hitler, inseguendo ideali ripudiati dalle nuove generazioni, sognava una Germania che occupasse tutta l’Europa a partire dalla Polonia di Klose, Podolski e Trochowski, oggi i tedeschi si ritrovano consenzientemente invasi dall’Europa, ma dietro tanta accondiscendenza ravviso la lunga ombra della convenienza. La Germania mi dà l’idea di un oste costretto a starsene sulla porta del proprio ristorante, sbracciandosi per far entrare qualche cliente che gli eviti di fallire. I tanti emigrati in Germania dall’Italia e dalla Turchia non mi sono mai sembrati troppo propensi a dimenticare terra e tradizioni natìe, è vero, ma la loro integrazione non si è mai compiuta per davvero anche a causa dei loro ospiti. Che spaghetti, mandolino e baffo nero di un talentuoso calciatore italiano rischino di stare improvvisamente bene ai tedeschi di Duesseldorf e Stoccarda? D&#8217;altra parte, <em>kebab</em> e cattolicesimo già furoreggiano nei centri sportivi di mezza Germania… Come dire, porte aperte ai campioni di tutto il mondo: oggi loro, domani c’è da scommetterci l’Italia e magari l’Inghilterra. Il Portogallo, si sa, già lo fa: basti pensare a Deco e Pepe.</p>
<p>Insomma, la Nazionale tedesca è bella e forte. Ma non è la Germania. E a maggior ragione non c’entra l’Europa dei referendum anti UE e dei particolarismi. Men che meno quella autentica del pallone. Trattandosi di Germania, semmai, sarà quella della Banca Centrale di Francoforte. Perché vittoria fa sempre più rima con soldi e profitti.</p>
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		<title>Il fallimento italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 12:00:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I Mondiali sudafricani hanno evidenziato il nuovo corso del calcio planetario, con l’esaltazione tecnico-tattica del Sud America e il rischio di disfacimento del movimento europeo che trova proprio nell’Italia l’esempio più allarmante. Indipendentemente da chi alzerà la Coppa, dalla fase a gironi sono passate agli ottavi di finale cinque Nazionali sudamericane su cinque e considerando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=146&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I Mondiali sudafricani hanno evidenziato il nuovo corso del calcio planetario, con l’esaltazione tecnico-tattica del Sud America e il rischio di disfacimento del movimento europeo che trova proprio nell’Italia l’esempio più allarmante.</p>
<p>Indipendentemente da chi alzerà la Coppa, dalla fase a gironi sono passate agli ottavi di finale cinque Nazionali sudamericane su cinque e considerando anche il Centro America, col Messico qualificato e il solo Honduras eliminato, il computo passa a sei su sette: un risultato non netto ma forse ancor più positivo.</p>
<p>Le rappresentative europee, al contrario, hanno faticato e in alcuni casi non ce l’hanno proprio fatta. E’ il caso niente meno che delle ultime due finaliste: la Francia, che si è addirittura ammutinata, e come ben sappiamo l’Italia, il cui punto più basso è difficile stabilire se sia consistito nei soli due miseri punti fatti o nel gioco espresso da giocatori stagionati che nel complesso sono ancora più affidabili, quindi preferibili, rispetto a tante giovani alternative che di esperienza internazionale ma, ahimè, anche nazionale ne hanno fatta pochissima. Tornando alle Selezioni europee che hanno mal figurato, vanno ricordate anche Grecia, Serbia, Danimarca e Svizzera, al posto delle quali sono passate Corea del Sud, Ghana, Giappone e Cile, vale a dire squadre che fino a pochi anni fa raramente si menzionavano e, a maggior ragione, si consideravano.</p>
<p>In Italia si stanno già facendo ipotesi di ogni tipo sul da farsi per risollevarsi da una situazione che va avanti da anni e che, tipicamente, è stata ignorata fino a quando proprio non lo si è più potuto fare, con chili di polvere (leggasi nodi da scigliere) spazzati sotto l’enorme tappeto di Federazione e Lega. Alla prima, che troppo spesso si è nascosta dietro gli obblighi imposti dal libero mercato comunitario, va comunque imputata la totale incapacità o forse volontà di tutelare il settore giovanile parallelamente alla cura degli interessi milionari dei Club, coi loro sponsor e i loro contratti televisivi. Alle Società invece si deve ricordare quanto sia ingiusto me soprattutto improbabile avere la botte piena e la moglie ubriaca, visto quel che hanno fatto negli ultimi dieci anni almeno, rinforzandosi con forti stranieri e poi, attraverso le parole di dirigenti e tifosi, stizzendosi per l’inconsistenza della Nazionale.</p>
<p>E’ ormai automatico che praticamente qualsiasi Club nostrano, dalla ricchissima Inter al più modesto Catania, peschi talenti solo all’estero e quando vuole affidarsi a calciatori più esperti si orienti comunque su brasiliani, argentini e uruguaiani in particolare. Se i meno facoltosi si muovono esattamente come i più ricchi è perché il sistema lo consente e anzi invoglia a farlo: i ragazzini sudamericani li si pagano molto poco al momento del primo trasferimento, per poi riconoscere alle loro Società di provenienza delle percentuali sulle successive vendite, in modo che i Club italiani non rischino ma anzi siano certi di guadagnarci anche se i giocatori non diventassero dei campioni perché anche il prezzo più basso per l’Europa supera di gran lunga la media sudamericana.</p>
<p>Fatto sta che diciottenni di Brasile e Argentina, già titolari in casa propria, giocando in Campionato e magari anche in Coppa Libertadores risultano incredibilmente più esperti dei pari età italiani che pure sono animati dalla stessa voglia di fare. Sono quindi più affidabili in campo e, spiace dirlo, non costano molto tenendo conto anche del fatto che le squadre italiane a cui approdano non devono spendere nemmeno per farli crescere. Intanto, il campionato italiano si riempie di calciatori che poco alla volta ci hanno pur forzatamente colonizzati e che, ironicamente, già forti al loro arrivo migliorano ancor più giocando competizioni di altissimo livello. E quando arrivano i Mondiali tornano a casa e fanno delle rispettive Nazionali le squadre più forti che ci sono! Con tanti ringraziamenti e almeno in questo caso, da colonizzatori benché su invito, com’è logico e giusto&#8230;</p>
<p>E noi qui a leccarci le ferite, costretti ad allestire squadre tutte straniere per vincere una Champions, comunque assuefattici a tante piccole colonie sudamericane anche in campionato, con nomi che molta gente non sa nemmeno pronunciare, confondendo lo spagnolo degli argentini e dei cileni col portoghese dei brasiliani, quindi in fondo senza nemmeno troppo rispetto o tanta cognizione delle cose. Insomma, basta vincere.</p>
<p>Quando poi sento pronunciare la parola ‘oriundi’ come possibile cura, mi chiedo cosa si sia capito di quanto successo in Sud Africa con la Nazionale e ancora prima in Italia ed Europa coi Club. Ho l’impressione che se s’intende guardare esclusivamente ai giovani talenti con doppio passaporto piuttosto che (anche) a quelli di casa nostra l’idea sia quella di avere rappresentative impostate sul modello delle squadre, come Inter e Milan. Temo che nemmeno la recente batosta degli Azzurri sia in grado di scuotere chi di dovere, perché pescare tra gente forte da naturalizzare è troppo semplice, somiglia troppo a un colpo di scopa delle nostre risorse sotto il solito tappeto. Calcisticamente, è invece un colpo si pugna.</p>
<p><em>mio articolo per ‘Comunità Italiana’ di Rio de Janeiro, pubblicato nell’edizione di luglio 2010</em></p>
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		<title>Football’s dead</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 16:26:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Inizio a scrivere durante Inghilterra-Germania e finirò chissà quando. Al di là del classico commiato che i Tre Leoni prendono dall’ennesima competizione internazionale, fra pali, traverse ed episodi clamorosi, resta la mano di Blatter su questa sfida e su questi Mondiali. Su tutto il calcio. Questo faccendiere svizzero, usuraio, azzeccagarbugli, mafioso, disgustoso essere antiestetico per [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=138&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Inizio a scrivere durante Inghilterra-Germania e finirò chissà quando.</p>
<p>Al di là del classico commiato che i Tre Leoni prendono dall’ennesima competizione internazionale, fra pali, traverse ed episodi clamorosi, resta la mano di Blatter su questa sfida e su questi Mondiali. Su tutto il calcio.</p>
<p>Questo faccendiere svizzero, usuraio, azzeccagarbugli, mafioso, disgustoso essere antiestetico per com’è lui e per quel che lo aggrada, deve aver raggiunto l’orgasmo al che la palla del 2-2 in rimonta calciata da Lampard ha varcato la linea di mezzo metro e il gol non è stato dato. Avrà avuto un secondo sussulto sotto la cintura al che, poi, è stato riproposto sugli schermi dello stadio di Bloemfontein (dovremmo dire Bluff-fontein per come si è ridotto il calcio oggi) senza che si potesse rimediare a questo stupro sportivo. Differentemente dall’uso arbitrario e rimasto unico nella storia delle immagini per cui la rivisitazione delle stesse, che il quarto uomo non poteva fare, portò all’espulsione di Zidane a Berlino contro l’Italia.</p>
<p>A poco vale dire che la Germania ha giocato bene, e mi viene da ridere sentendo alcuni commentatori che dicono che ha meritato. Sì, perché la Germania ha preso due gol (anche se uno solo concesso) in cinque minuti, quindi solo la traversa ha negato un’altra volta il pareggio agli inglesi. Troppo facile, poi, farne altri due benché a una difesa così così. E a nulla vale se non per chi vive di sfottò ricordare il gol-non-gol inglese della Finale del ’66, perché ai tempi non esistevano né tecnologia né interesse (di Blatter e dei suoi) a ignorarla. Potevano esistere al massimo gli errori umani, sui quali non c’è da recriminare nemmeno oggi. Penso al teorico 2-2 di Quagliarella alla Slovacchia e all’azione che oggi ha portato alla traversa di Defoe, episodio comunque invalidato. Io non parlo di centimetri come questi, ma dico che se con la tecnologia sui centimetri si potrebbe intervenire, sui metri sarebbe ancora più facile.</p>
<p>Capello ha detto che purtroppo c’è sempre bisogno che qualcuno paghi perché le cose cambino. Ma non sono cambiate dopo la doppia mano di Henry in Francia-Irlanda. Quindi? Sì, forse a stagione in corso non si possono cambiare le regole, ma venendo all’Italia ricordo ancora un Nakata extracomunitario improvvisamente messo a disposizione della Roma prima della sfida-scudetto con la Juventus, e non me ne voglia chi ha in mente altri episodi che qui non menziono.</p>
<p>Io non so proprio cos’altro aggiungere. Certo, amo l’Inghilterra e oggi sto male il doppio, ma mi viene da piangere a prescindere dalle mie simpatie, perché ogni giorno che passa, ogni partita che si gioca, ogni affare che si conclude, ogni bilancio che viene chiuso è sempre più evidente che il nostro calcio è morto. O ci mettiamo in testa di esaltarci per le singole giocate di chiunque, anche di chi non tifiamo ma sa fare bene, oppure rincorrendo i risultati oltre al danno dovremo subire la beffa. E il nostro sconforto, di cui a tutti i Blatter di questa Terra non interessa un accidente, sarà proiettato sul grande schermo del mondo esattamente come da qualche tempo i <em>replay</em> delle giocate ma anche degli errori arbitrali sono riproposti sui grandi schermi degli stadi, forse a ricordarci che non siamo solo piccoli di fronte all’Universo ma anche al cospetto di un pidocchio come Blatter.</p>
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		<title>Europa, nuovo Sud del mondo (calcistico)</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 17:21:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I capitali investiti da tantissimi Club europei nei giovani talenti del Sud America sono ormai all’ordine del giorno e come se non bastasse anche chi non può spendere troppo (vedi Calcio Catania) ha ormai decisamente sterzato su quel mercato. Tanto, si sa, le Società da cui si fa la spesa le si pagano con le [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=134&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I capitali investiti da tantissimi Club europei nei giovani talenti del Sud America sono ormai all’ordine del giorno e come se non bastasse anche chi non può spendere troppo (vedi Calcio Catania) ha ormai decisamente sterzato su quel mercato. Tanto, si sa, le Società da cui si fa la spesa le si pagano con le seconde e terza vendite in Europa del calciatore acquistato, meccanismo che permette al primo acquirente di qua dall’oceano non solo di assicurarsi qualsiasi giocatore desideri, sempre e comunque, ma anche di guadagnarci parecchio se anche non diventa un campionissimo, senza comunque doversi accollare le spese legate alla sua formazione. </p>
<p>Questi Mondiali sudafricani stanno evidenziando la piega che il movimento calcistico globale ha già preso. Tra le europee, innanzituto le due finaliste di Germania 2006 sono già fuori, con la Francia che si è addirittura ammutinata e per essere certa di uscire ha deciso di giocare come quest’Italia ha saputo fare solo al suo meglio. Poi, Inghilterra, Germania, Portogallo e Spagna non stanno brillando. La migliore finora è l’Olanda, che comunque oltre il compitino non è ancora andata. Le europee rimaste potranno anche andare avanti, ma resta il fatto che il gioco espresso è deprimente al punto che la muscolarità di molte altre Nazionali, anche quelle tatticamente ancora allo sbando come le africane, è stata sufficiente a frenarle.</p>
<p>Di qui dall’Atlantico non si lanciano i giovani e nel caso specifico dell’Italia è considerato ancora un rischio uno come Montolivo, cui altrove ci si sarebbe affidati da tempo e senza problemi rendendolo magari una guida più sicura di quanto sia riuscito a essere in Sud Africa e trovando contemporaneamente un’altrenativa credibile e il giusto erede a un Pirlo che, benché benissimo, ha già dato. Alla resa dei conti si è preferita l’esperienza di giocatori in forma precaria alla brillantezza di giovani ovviamente meno esperti ma che, se utilizzati con più regolarità, nulla ci vieta di pensare che potessero fare come i messicani. Scelta non necessariamente deprecabile, ma di certo illuminante sulla condizione del calcio di qui, nel senso che di ragazzi pronti (loro malgrado) ce ne sono pochissimi.   </p>
<p>E’ ovvio che alle Società di qui, ricche in confronto a quelle sudamericane anche se possono spendere solo 1/100 di quel che sono in grado di mettere sul piatto Inter, Manchester United e Real Madrid, faccia comodo prendere giovani da Brasile, Argentina, Uruguay ecc ecc. Lì, a diciassette anni sono spesso titolari e giocano anche le Coppe, quindi all’età di Ogbonna e Ranocchia hanno già il bagaglio come minimo di Chiellini e a quella di Immobile hanno giocato fra i grandi appena meno di Pazzini. Rappresentano insomma un vero e proprio tesoro non solo per i rispettivi Club ma anche per le Nazionali maggiori, avendo oltretutto già raccolto parecchio anche con quelle giovanili, prova ne siano i loro tanti successi mondiali rispetto a quelli dalle pari età europee.  </p>
<p>Il fatto è che l’acquisizione di tutti quei campioni in erba è in realtà una colonizzazione al contrario. Conseguentemente vacilla l’idea che l’Europa del calcio sia ancora il Nord del mondo in tutte le sue accezioni, che comprendono l’avanguardia tecnico-tattica e in definitiva il predominio assoluto. Logico. Quei ragazzi arrivano dopo essersi formati in ambienti che calcisticamente sono comunque ottimi, qui migliorano ancor più, sui venticinque anni se già non ne fanno parte passano a formare l’ossatura delle squadre migliori e poi, quando devono rappresentare il proprio Paese e quindi i soldi non sono più un fattore, lasciano la vecchia Europa e le sue Nazionali a fare i conti con la propria politica. Risultato? A oggi il Centro-Sud America rischia di non portare agli ottavi di Sud Africa 2010 soltanto l’Honduras: sei qualificate su sette partecipanti. L’Europa, invece, almeno il 30% delle proprie rappresentative l’ha già perso, incluse Italia e Francia ultime nei rispettivi gironi senza aver nemmeno mai vinto.</p>
<p>Avanti, l’Inter che ha vinto tutto è sudamericana, l’Atletico Madrid fresco vincitore dell’Europa League lo è poco meno, il Real Madrid di domani potrebbe esserlo ancor di più, le stelle del redivivo Benfica sono argentine e brasiliane, la stessa Roma deve al Sud America l’asse della difesa e il Milan annovera fra i suoi passato recente, presente e futuro prossimo della Nazionale verdeoro. Fra le grandissime non fanno eccezione nemmeno il Liverpool e il pur inglesissimo Manchester United. Discorso a parte merita il Barcellona, ma qui si dovrebbe passare a parlare dei vivai (Puyol, Piqué, Xavi, Iniesta, Krkic e Pedro, per esempio, vengono dalla <em>Masia</em>) e non per altro questa Spagna molto azulgrana è l’unica vera grande rimasta in Europa, almeno dal punto di vista tecnico e del gioco. Venendo all’Italia, per concludere, non sarà certo una manciata di nobili eccezioni a farci dire che sui giovani, qui, si vuole puntare. </p>
<p>Insomma, che siano diciottenni o campioni già affermati, è molto più semplice pescare in Sud America, ma quando si spengono le luci su campionato e soprattutto Champions League ecco che i nodi vengono al pettine. E se anche alla fine questi Mondiali li vincesse il Portogallo o l’Inghilterra, il concetto non cambierebbe e, con un occhio sempre al gioco volendosi allontanare per una volta dalla visione utilitaristica dipendente dai risultati, sarebbe evidente la logica e a questo punto anche giusta superiorità del cosiddetto Sud del mondo.</p>
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		<title>World Circus</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 14:07:03 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo una stagione davvero estenuante, lunghissima, risoltasi solo con la finale di Champions, all’ultima giornata di Serie A e, non dimentichiamolo, con le consuete appendici di <em>playoff</em> e <em>playout</em> per le altre categorie, i Mondiali avevano tutte le carte in regola per far rifiatare i tifosi italiani. Soprattutto quest’anno, con l’appoggio alla Nazionale di Lippi in netto calo e la presumibile conseguenza che, dovessero fallire gli azzurri cui comunque si è sempre in tempo per tornare ad amare nel caso invece trionfassero, se anche il Brasile, l’Argentina o l’Inghilterra dei nuovi beniamini di gran parte dei nostri connazionali non arrivassero fino in fondo nessuno si dispererebbe.</p>
<p>Eppure alcuni particolari di questi Mondiali, per la verità nemmeno troppo nascosti o secondari, mi hanno fatto sussultare. E’ successo a me e non mi aspetto che anche altri abbiano avuto questa reazione, ma tant’è.</p>
<p>Mi riferisco a pallone e riprese televisive, simboli inequivocabili della direzione che ha preso il calcio di oggi.</p>
<p>A proposito di direzione, o meglio di traiettoria, la palla si capisce quant’è leggera anche solo vedendola in televisione e ha già creato diverse situazioni di particolare imbarazzo. Innanzitutto i portieri, tutti, non sanno come affrontare i tiri da fuori e si contano sulle dita di una mano le prese che hanno effettuato. Se la palla arriva alta, automaticamente smanacciano o respingono coi pugni, ma se invece è bassa e tesa sono davvero guai. Lo sa bene il povero Green, che ha pagato per primo e nel peggiore dei modi questa scelta sciagurata niente meno che dello strumento senza cui il calcio non si può giocare (non stiamo parlando del colore delle bandierine…). Si sa, l’Inghilterra ai Mondiali riesce sempre a pescare dei <em>jolly</em> al contrario come nessuno, ma dopo gli insulti piovuti addosso al numero 1 del West Ham anche da chi non sa che gioca nel West Ham, gente per cui i portieri inglesi sono inguardabili a prescindere come i tedeschi sanno solo correre, tanto per intenderci, è giusto ricordare come almeno a sei altri portieri la palla sia schizzata via dalle mani esattamente allo stesso modo. Con l’unica differenza che è andata di lato invece che all’indietro. Documentarsi, prego.</p>
<p>Sempre questa palla, poi, è leggera al punto che non si sono mai visti tanti rinvii del portiere arrivare tranquillamente ai limiti dell’area avversaria, ove nessun attaccante è stato chiaramente in grado di controllarla… Per non parlare dei calci di punizione, una delle specialità di questo sport che in Sud Africa possiamo scordarci di vedere. Non parlo delle sberle dritte e forti, di quelle che facilmente scappano via, come si dice, ma delle foglie morte che hanno fatto la storia del calcio più bello e poetico, come si dice anche in questo caso. Nemmeno i piedi educati di Messi riusciranno a domare un pallone tanto schifoso, c’è da scommetterci.</p>
<p>Ma si sa, Blatter ci tiene allo spettacolo… farebbe di tutto, anche se purtroppo solo in base al suo gusto quasi unico benché, l’abbiamo capito, imprescindibile. Quest’uomo pensa cose che nemmeno gli americani, amanti degli eccessi, ritengono di dover riservare al calcio. E così arriviamo a parlare anche delle riprese televisive, che stanno facendo la loro porca figura. Come si vede quasi solo in Premier League, a questi Mondiali abbondano i <em>replay</em> dalla linea di fondo campo, per intenderci quelli per cui, se la telecamera è posizionata un po’ in alto, l’allineamento è tale che non si distinguono palo e traversa, bianchi, dalla stessa linea di fondo. Una delizia estetica e pratica al tempo stesso che, per rimanere a questo solo suo utilizzo fra i tanti possibili, fugherebbe anche il minimo dubbio sui gol-non gol minacciando il lavoro di schiere di moviolisti e opinionisti ma probabilmente anche di arbitri e soprattutto guardalinee, compresi i due dietro la porta sperimentati in Europa League, sempre che non si convenisse che proprio dove i direttori di gara umanamente non possono arrivare sarebbe giusto dargli una mano (invece di dargli addosso in un gioco delle parti trito e ritrito anche se in fondo accettato da tutti, tifosi esclusi).</p>
<p>Bellissime, queste inquadrature! Spettacolari! Ma del tutto inutili. Quasi beffarde. Sì, perché non hanno rilevanza e così siamo costretti a guardare e non toccare, a capire ma dover fare finta di niente. Blatter e i suoi hanno recentemente ribadito che la moviola in campo non s’ha da fare perché il calcio perderebbe una delle sue caratteristiche più tipiche e coinvolgenti: l’incertezza. Che ridere! Se d’incertezza si vuole parlare, quel che non ci è dato sapere, semmai, è quando qualcuno deciderà di riutilizzarle, le immagini, dopo quel che accadde nelle Finale di Berlino, tanto per rimanere in argomento Mondiali…</p>
<p>Insomma, di grandi cose non ne abbiamo ancora viste in Sud Africa. C’è solo tanto <em>trash</em>. E a confronto di quanto appena detto i cangianti abiti da festa di battesimo dello staff tecnico dell’Argentina di Maradona sono una cosa seria. Anche godibile.</p>
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		<title>Tifo: sì, ma con moderazione</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 14:10:24 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sembra esserci molto da scrivere in questi giorni che precedono l’inizio dei Mondiali. Sì, perché ci siamo abituati a commentare soprattutto quel che succede fuori dai campi e visto che pro e contro Lippi se ne sono già dette di tutte per lunghi mesi al punto che ne siamo usciti sfiancati e il calciomercato ci sta offrendo i soliti teatrini di fine stagione in attesa dei botti del dopo Sud Africa, ecco, gli spunti paiono mancare.</p>
<p>Personalmente, però, pur appassionandomi le vicende dei tanti adetti ai lavori che condiscono un gioco semplice come il calcio coi loro proclami, nel senso che mi dà un gusto particolare individuarne le debolezze, preferisco godermi il bel gioco. Così, nell’attesa o meglio nella speranza di poterlo fare a breve, mi sono tornati in mente i campionissimi di un tempo e ho ritrovato brillantezza.</p>
<p>Siamo sinceri. Oggi il calcio è decisamente fisico, al punto che dieci giocatori con due polmoni e due cosce così nonostante i piedi di balsa possono provare a battere una squadra di campioni. Non ci sono nemmeno più le bandiere, e a questo proposito da un lato comprendo la maggior parte dei calciatori, che approfitta della pioggia di quattrini che gli cade addosso in cambio esclusivamente di qualche poco traumatico trasloco, ma dall’altro rimpiango ciò di cui non possiamo più godere a causa di questa privilegiata mobilità: la presenza di veri beniamini. A dominare nella sua granitica presenza è rimasto il contorno: le clausole contrattuali, la moviola televisiva, le conferenze stampa, le risse fra opinionisti.</p>
<p>Seguire una squadra e identificarcisi è bello, ma alle condizioni di cui sopra cosa resta al tifoso? Resta un surrogato di amore da riversare sull’idolo stagionale, che l’anno dopo può andarsene anche alla più grande rivale, e allora in questo caso bisogna rinnegarlo e contemporaneamente ritrattare quanto affermato fino a poco tempo prima. Triste, tristissimo, perché non sono casi isolati, questi, ma praticamente costituiscono la regola. Come se non bastasse, ecco poi gli investimenti selvaggi consentiti solo a pochi privilegiati che godono evidentemente di una tutela riconducibile ad attività tutto meno che calcistiche, in ragione dei quali in Inghilterra sono 15 anni che vincono sempre e solo le stesse ricchissime squadre e nella Liga spagnola la terza classificata della prima stagione del <em>Perez bis</em> (il Valencia di Villa e Silva) è arrivata a ven-ti-cin-que punti dal faraonico Real Madrid. E poi la giustizia, per cui Calciopoli a parte Leiria e Boavista in Portogallo, Portsmouth, Leeds United e Crystal Palace in Inghilterra si saranno chiesti cos’abbiano fatto di più grave rispetto a Porto, Liverpool e un numero imprecisato di altre privilegiate dominatrici del calcio europeo per essere state bastonate. Loro.</p>
<p>In un panorama simile, il tifoso più puro inevitabilmente sbanda, viene umiliato e spesso sbotta, mentre quello più becero ci sguazza. Risultato, i toni accesi facilmente sfociano nell’insulto. E’ un tutti contro tutti in cui il risultato finale, trofeo o sentenza favorevole che sia, è vissuto come la liberazione da un peso quasi insostenibile. E man mano che ci si allontana dagli ambienti societari, in cui a dominare sono quattrini e dinamiche finananziarie, si scende per così dire verso la base, ove in conseguenza di una terribile ma quanto mai realistica convinzione di alcuni Adriano è un negro ubriacone, Zanetti un dopato, Roma la squadra dei ladroni romani, la Juve il simbolo dei padroni, Napoli una squadra di africani, i gol subiti sono sempre irregolari e quelli fatti, anche se frutto di un fuorigioco sfuggito all’arbitro, la giusta pariglia da restituire sempre a qualcuno.</p>
<p>Io invece ricordo che Adriano nel 2004 ha giocato una Copa America da incorniciare, a Zanetti riconosco lo stesso rigore alimentare e atletico che rende immortale Filippo Inzaghi, ho idea che tifare Roma vivendo a Roma possa essere bellissimo, la Juve so che la tifano tanti operai e il Napoli mi sembra che abbia più italiani di altre squadre.</p>
<p>Insomma, costretto o meno che sia, chi vuole ciucciarsi questo calcio lo faccia. Io invece me lo godo nell’unico modo per cui non debba rovinarmi il fegato né ridurmi a litigare con gli altri: guardandolo giocare. E spero di rivedere gli eredi di Valderrama e Hoddle, Ginola, Higuita e Waddle, tanto per non fare i soliti nomi. Viva i passaggi, i colpi di testa, le parate, i tiri e i <em>tackle</em>, fatti da chiunque sia in grado di esaltare questo sport, senza che io finisca per esasperarmi e tirar fuori il peggio di me. E comunque viva pure la Lazio, il Toro e l’Avellino… non vorrei che qualche lettore se la fosse presa per le considerazioni che ho appena fatto su certe squadre…</p>
<p>Coi Mondiali che stanno iniziando sembra facile e anche abbastanza scontato un po’ per tutti fare qualcosa di simile. Ma solo perché in fin dei conti, Lippi o non Lippi, la Coppa del Mondo per i più non vale uno scudetto o una Champions, cioè cose da sbattere in faccia al collega d’ufficio, magari più brillante ma che deve stare muto, perché ha perso… Per quanto mi riguarda, invece, il Sud Africa non fa differenza rispetto al resto. E nonostante le mirabolanti vicende giudiziarie e le piccate conferenze stampa che tanto bene conosciamo continueranno a essere presenti nelle mie giornate esattamente come in quelle dei tifosi più tipici, sinceramente sono sollevato sapendo che anche girando sul canale svizzero potrò sempre imbattermi in qualcosa di bello e appagante: una partita ben giocata, divertente, senza dover dipendere dalle parole (alla fine sempre quelle sono) di chi con quel che dice è arrivato ad avere il potere di fare sentire meglio o peggio un tifoso.</p>
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		<title>Campanilismo e amor patrio</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 12:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riecco i Mondiali. I quattro anni fra Germania 2006 e Sud Africa 2010 sono stati i più drammatici dalla storia del calcio nostrano. Ma lo sono stati anche rispetto al panorama internazionale, equiparabili per la devastazione che vi si è compiuta solo a quelli del bando dall’Europa dei Club inglesi dopo la Finale dell’Heysel fra [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=116&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riecco i Mondiali.</p>
<p>I quattro anni fra Germania 2006 e Sud Africa 2010 sono stati i più drammatici dalla storia del calcio nostrano. Ma lo sono stati anche rispetto al panorama internazionale, equiparabili per la devastazione che vi si è compiuta solo a quelli del bando dall’Europa dei Club inglesi dopo la Finale dell’Heysel fra Juventus e Liverpool.</p>
<p>Da un punto di vista tecnico e per quanto concerne l’equilibrio del movimento calcistico italiano, ci sono stati scombussolamenti, direi terremoti, senza pari e soprattutto causati da un intervento discutibilissimo della Giustizia sportiva, coi nodi che stanno venendo al pettine un’altra volta nell’imminenza della <em>kermesse</em> mondiale. Il calcio italiano è stato messo letteralmente sottosopra, gli effetti di questa tragedia sportiva non si sono esauriti e nel frattempo, contemporaneamente a un abbassamento generalizzato del tenore calcistico con pochissime eccezioni, se non solo una, si è ridisegnata la cartina dell’Italia del pallone e con essa si sono riaccesi fuochi che sembravano sopiti, quelli dipendenti dal campanilismo.</p>
<p>Uso il termine <em>campanilismo</em> in senso lato, riferendomi non tanto all’attaccamento dei tifosi alla squadra della propria città e nemmeno ai giocatori che da essa provengono. Farlo sarebbe una sciocca stonatura oggi che ci sono quasi più giocatori stranieri che italiani e soprattutto sono praticamente scomparse le bandiere, con le ultime rimaste che stanno vivendo la fase calante della propria carriera. Si tratta più che altro dell’affermazione di una nuova e isterica identità di chi vive in Italia, slegata da quella del Paese e che si sta sostituendo al reale campanilismo, quello radicato in tanta gente in coseguenza di un Paese che esiste giusto da centocinquant’anni o giù di lì senza che nel frattempo siano stati fatti anche gli italiani. E se le differenze sono una potenziale ricchezza è vero però che un reale spirito aggregativo ancora manca.</p>
<p>Quattro anni fa si erano tutti stretti intorno a una Nazionale non dissimile da quelle che l’avevano preceduta né da quella di oggi, coi tifosi di tutto il Paese che erano abituati a incitare calciatori che non giocavano nella loro squadra del cuore, riuscendo a deporre le armi per un mese, arrendendosi a una fantastica quanto insondabile magia per cui Totti stava bene anche a un laziale e Camoranesi a interisti e milanisti. Questa volta invece è netta la sensazione che le cose siano cambiate.</p>
<p>Lippi, lo stesso c.t. ma anche la stessa persona di quattro anni fa, è stato attaccato per due anni interi, da quando ha ripreso il proprio posto dopo la parentesi di Donadoni. Prima delle scelte definitive, che l’hanno sfoltito, il gruppo tradizionalmente numeroso di nazionali provenienti dalla Juventus aveva portato all’affrettata definizione di <em>Italjuve</em> in senso chiaramente dispregiativo. Per finire sempre più frequenti sono le dichiarazioni di simpatia per altre Nazionali che moltissimi italiani stanno facendo, non tanto come effetto della globalizzazione quanto perché la squadra di Club che tifano schiera un po’ di giocatori di una particolare selezione straniera. E se anche questo non corrispondesse al reale andamento generale del tifo nel Paese, certamente è quanto sta presentando la maggior parte della stampa.</p>
<p>In questi quattro anni, squadre che in passato non avevano mai lottato per i traguardi più prestigiosi si sono affacciate al cosiddetto grande calcio e sembra che siano bastati pochi punti in più in classifica a rendere i loro tifosi innanzitutto devoti ai loro colori e solo in seconda battuta, magari, attaccati all’azzurro. Potrei essere smentito, ma solo in ragione di un’improvvisa inversione di tendenza. I presupposti sono infatti quelli di una riduzione sensibile della piattaforma del tifo per la Nazionale in ragione di una soddisfazione per il proprio Club talmente grande ma soprattutto inusitata che in preda a una sbornia campanilistica, appunto, Mondiali ed Europei possono andare in qualunque modo, tanto ormai moltissima gente è già contenta che la sua Inter vinca o che la sua Samp si sia classificata per le Coppe. A questo punto se Pirlo, Cannavaro e Criscito fanno male tutto sommato è una gioia da tifoso in più. Anche se quattro anni fa gli stessi giocatori andavano o sarebbero andati ancora bene.</p>
<p>E dato che alle grandi soddisfazioni degli uni, amplificate in modo innaturale da Calciopoli con il tutti-contro-tutti che ne è derivato, corrisponde l’esasperata frustrazione di altri, a questi ultimi va altrettanto bene che Balotelli rimanga fuori, come i genoani ridono per Cassano che resta a casa.</p>
<p>Forse l’Italia sta davvero cambiando, perché il calcio ne è un indicatore formidabile. C’è però da chiedersi dove stia andando perché alcune soddisfazioni, soprattutto se basate su un’avversione, sono tanto effimere quanto debilitanti. E un segnale di grande impoverimento.</p>
<p><em>mio articolo per ‘Comunità Italiana’ di Rio de Janeiro, pubblicato nell’edizione di giugno 2010 </em></p>
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		<title>Staremo a vedere</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 19:18:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Era ora! E’ finito un anno terribile, pervaso da tensione, odio serpeggiante, eccessi, confusione, servilismo, partigianeria, disinformazione, attacchi, malagiustizia, cose già viste. Un anno di calcio, insomma. E non sto parlando di quello giocato, che non sembra più contare tanto. La Finale di Madrid è stato il giusto coronamento di un quadriennio come nessuno mai [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=calciostruzzo.wordpress.com&amp;blog=12888013&amp;post=105&amp;subd=calciostruzzo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era ora! E’ finito un anno terribile, pervaso da tensione, odio serpeggiante, eccessi, confusione, servilismo, partigianeria, disinformazione, attacchi, malagiustizia, cose già viste. Un anno di calcio, insomma. E non sto parlando di quello giocato, che non sembra più contare tanto.</p>
<p>La Finale di Madrid è stato il giusto coronamento di un quadriennio come nessuno mai prima e spero nessuno mai più. Penalizzante per vincitori (ma quanti?) e vinti, perché a parte i numeri, peraltro anomali nella loro esagerata ripetitività, su niente c’è stata chiarezza e l’atmosfera da bar ha fatto irruzione nel calcio serio, divenuto a dispetto della qualità poco più che una barzelletta. Chiaramente sporca.</p>
<p>E’ triste che il valore reale di tante stagioni e in particolare di questa, rara per gli almanacchi, possa dipendere quasi esclusivamente dalle convinzioni individuali. La responsabilità va innanzitutto alla Giustizia Sportiva, pessima, inetta, pavida, fumosa e ingiusta tanto coi vincitori che coi vinti, che in questo periodo sono stati sempre gli stessi. Con un pasticciaccio all’italiana che lascia ancora i rappresentanti di ogni squadra (dico i rappresentanti, non i tifosi) a darsi addosso reciprocamente neanche fossero fuori da un bar, dove si regolano i conti nel modo peggiore come ai tempi del Far West (non a caso divenuto sinonimo di pericolosa anarchia) fuori dai <em>saloon</em>.</p>
<p>L’epilogo della serata di Madrid, dopo che sul campo avevano trionfato giocatori fortissimi, dice tanto sulla natura di questa stagione, che altro non è se non l’amplificazione di quelle immediatamente precedenti. Poche settimane fa era stato attaccato Totti per i pollici versi alla fine del derby, e a chi non dava credito alla sua spiegazione per cui chi non è di Roma non può capire suggerisco di valutare l’iniziativa personale di Materazzi, che nel momento più emozionante della sua carriera con un Club ha voluto dare rilievo innanzitutto alla presunta umiliazione juventina. In questi due episodi di dubbio gusto, pur essendo libera espressione di chi li ha compiuti, si può trovare motivo di sollievo perché dimostrano che anche le fazioni che più si avversano si somigliano e potrebbero essere motivo di unione più che di separazione. Questo, oltretutto, a pochi giorni dall’esposizione dello striscione con cui si suggeriva allo stesso Totti di mettersi il dito non in bocca ma più in basso e dall’altra parte, riprendendo la delicatezza di quello con cui Ambrosini invitava tutta l’Inter a mettersi sempre dove non batte il sole lo scudetto vinto l’anno in cui il suo Milan alzava la Coppa per cui non avrebbe dovuto gareggiare se le sentenze della prima Calciopoli fossero state rispettate.</p>
<p>Per rimanere in tema di esternazioni e convinzioni individuali, ma anche di spirito, è il caso di riflettere sulle parole pronunciate ieri sera da Moratti, il quale come prevedibile ha sottolineato che l’aver ottenuto ‘solo’ questo successo e quelli degli ultimi anni non è da imputare ai suoi vecchi sperperi sul mercato bensì alle malefatte di chi adesso è sotto processo a Napoli. Cosa a cui chi avversa Moratti, altrettanto prevedibilmente nonché provocatoriamente, potrebbe rispondere dicendogli che l’Inter può vincerne venti di fila di Coppe ma non otterrà mai il riconoscimento, quella cosa che vale ben più dei famosi titoli. Roba da farsi venire un’ulcera, con tutti gli investimenti fatti. E comunque si tratta di una serie di opinioni e nulla più con cui si chiude il cerchio, tornando alla famosa Giustizia Sportiva che ha creato scudetti di cartone, come li si chiamano, ma da ieri a detta di altri anche Coppe di cartone: insomma, c’è da fare una bella raccolta differenziata.</p>
<p>Tornando a Moratti, c’è da augurargli che siano finiti i tempi in cui la sua Inter era considarata una mucca da mungere. Anche se ora può valere la pena di elargire denari, vista la differenza abissale che c’è fra Recoba e il capriccioso Maicon della scorsa estate, o Milito che ieri nel corso della prima intervista che gli hanno fatto dopo la partita più importante della sua carriera ha detto di avere ricevuto delle offerte e c’è da aspettarsi che se non gli alza lo stipendio il Presidente nerazzurro si vedrà recapitare indietro dal Principe il famoso ‘vaffa’ che gli aveva gridato quando si era… permesso di sbagliare un gol, dopo tutti quelli fatti e che sicuramente avrebbe fatto, e non a caso gli ultimi quattro hanno regalato ai nerazzurri la Tripletta di cui si parlerà per anni. E in considerazione della differenza che c&#8217;è soprattutto rispetto a Mourinho, visto il suo peso specifico, anche se in questo caso i soldi hanno potuto tutto ma non possono più nulla adesso.</p>
<p>A proposito, se fino a ora ho riportato soprattutto pensieri altrui, nel caso dell’uomo pagato decine di milioni e arrivato addirittura dal Portogallo per attuare l’italianissimo catenaccio (e che comunque ha vinto), mi permetto di dire che il suo addio dai corridoi del Bernabeu mentre i suoi ancora festeggiavano è stato semplicemente sconvolgente. Sarò un sentimentale, ma è così. D’altra parte abbiamo imparato a conoscerlo bene in questi due anni di prostrazione mediatica davanti a lui (checché ne dica) e dovevamo aspettarci che quei famosi due o tre giorni di meditazione dopo la Finale non ci sarebbero mai stati, perché aveva già deciso. Figuriamoci! E allora forse, a ben pensarci, non dobbiamo stupirci che abbia avuto lo stomaco di dire ‘ciao ciao’ a mezz’ora dal fischio finale. Penso che a Moratti come a tutti gli interisti spiaccia di non poter creare una vera dinastia sul modello del Milan o del Manchester United. E mi auguro che tanto quanto Mourinho considererà di certo anche questi trofei vinti in Italia innanzitutto come suoi, altrettanto  all’Inter lascino da parte il cuore e si sentano 1) soddisfatti per aver goduto dei servigi del più vincente fra i mercenari e 2) entusiasti per delle vittorie davvero storiche, sulle quali ci sarà sempre da ridire ma non di più rispetto a quelle degli altri, anche se con quel tarlo di Calciopoli che non ci farà mai sapere se l’Inter di oggi, similmente ma un po’più del Milan delle tante Coppe durante il bando delle inglesi, sarebbe stata la più forte comunque. Questo mentre i numeri, a ogni buon conto, le danno ragione.</p>
<p>Insomma, staremo a vedere cosa succederà adesso. Vedremo se magari calciatori, dirigenti e giornalisti ci regaleranno finalmente una stagione con più protagonisti e meno veleni, lasciando che a scannarsi siano i tifosi. Vedremo se dopo qualcosa che somiglia al diritto divino della Juventus e all’intoccabilità del Milan la nuova Inter che vince eviterà di farsi associare a uno spirito di rivalsa che metaforicamente ricorda le rivoluzioni popolari e che già serpeggia. Perché l’esempio dev’essere dato dai primi della classe, che possono cogliere una grande occasione e far maturare l’intero sistema evitando che con le dovute differenze accadano cose che dipendono dallo stesso spirito che ha pervaso l’Italia dal ’43 al ’45: un tutti contro tutti da cui come sempre esce umiliato il Paese. E in questo frangente il calcio giocato, che mi auguro continui a piacere e animare più di tutto il resto. In attesa di scoprire chi vincerà campionato, Coppa Italia e Champions che quest’anno si sono comunque tinti di nerazzurro a dispetto di ogni dubbio, sospetto e polemica. Immancabili.</p>
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		<title>La vera gloria</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 13:34:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo a tre giorni dall’appuntamento più prestigioso del calcio europeo e nel corso delle ultime settimane si sono chiusi i vari campionati nazionali del Continente e di gran parte del Sud America, come dire del vero pianeta-calcio. Unica eccezione il Brasile, ove sono terminati i tornei statali e ha appena preso il via il <em>Brasileirao</em>, questo mentre la Copa Libertadores sta per arrivare alle semifinali, anche se s’interromperà durante i Mondiali per riprendere in piena estate boreale.</p>
<p>E’ questo il periodo in cui si scrive la maggior parte dei nomi dei nuovi campioni sugli Albi d’oro di mezzo mondo. Milioni di tifosi un po’ dappertutto riempiono le piazze per celebrare i propri idoli freschi di un nuovo trionfo mentre molti più milioni di altri tifosi si mordono le mani perché le loro squadre non ce l’hanno fatta magari per un pelo (chiamasi palo, rigore non fischiato, tiro svirgolato) e mai come quest’anno le cose sono davvero andate così.</p>
<p>I principali campionati d’Europa si sono infatti risolti sul filo di lana, all’ultima giornata. Stessa cosa è successa in Argentina e in Uruguay (benché in quest’ultimo caso una doppia finale si sia resa necessaria solo perché i due tornei stagionali non erano andati alla stessa squadra). Il regolamento, poi, fa sì che i campionati statali in Brasile si risolvano sempre ai <em>playoff</em>, quindi il campione alla fine è chi vince in finale. Finale che mai come in questi giorni ci riporta a Madrid e ai novanta minuti che faranno tornare a casa una fra Bayern e Inter da megatrionfatrice e l’altra quasi da fallita, perché quando si perde le parole, come si dice, stanno a zero.</p>
<p>Se la relativa importanza di una finale nell’assegnare vera gloria oltre a un titolo è assolutamente evidente, ci sono altre considerazioni da fare. A favore sia di chi vinca un torneo che di chi non ci riesca, perdendo una finale, venendo eliminato prima oppure arrivando staccato di qualche punto in classifica se si tratta di un campionato. Certo, non sempre ci sono alibi per non aver vinto, ma siamo comunque davvero sicuri che vincere sia la sola cosa importante? Chi l’ha stabilito?</p>
<p>Non mi sembra che la Grecia campione d’Europa verrà ricordata al pari dell’Olanda che negli anni Settanta ha perso due finali mondiali o del Brasile dell’82, uscito al gironcino dei quarti. Non credo nemmeno che il Milan campione d’Italia con Zaccheroni o l’Inter ugualmente scudettata di Mancini abbiano dato al calcio più del Chievo di Delneri o della Roma di Spalletti. Fermo restando che, con la dovuta attenzione al potenziale di ogni squadra visto che il Chievo a differenza della Roma non ha mai potuto ambire a vincere lo scudetto, anche la capacità di affermarsi conta eccome. Sennò le competizioni non esisterebbero. Ma non sta tutto qui.</p>
<p>Non stupisce come da questa parte dell’oceano non abbondino i premi alla bravura, per esempio al miglior giovane e al miglior allenatore del mese (con l’eccezione dell’Inghilterra, ma quello è un Paese sportivamente civile che non ha paura di essere quel che è). Ricordo il <em>Bravo</em>, che veniva assegnato al giovane che più si distingueva nelle competizioni continentali, ma quando oggi vedo che il <em>Pallone d’Oro</em> e il <em>World Player of the Year Award</em> vengono assegnati (nel caso del primo da giornalisti, quindi in molti casi da dipendenti) solo a chi gioca in una squadra che vince, che negli anni degli Europei e dei Mondiali anche la conquista della Champions League passa in secondo piano e nel caso del <em>Pallone d’Oro</em> preferibilmente vincono gli attaccanti, ecco, mi cadono le braccia.</p>
<p>Venendo ai fatti, uno o due punti in classifica, quando termina il campionato, non sono niente. E se chi vince può dirsi se non altro il più efficiente, non si può certo affermare che la squadra che ha finito uno o due punti sotto abbia fallito. Stessa cosa per chi vince o perde una finale.</p>
<p>Purtroppo negli ultimi anni tanti, troppi sono i segnali che indicano che innanzitutto per vincere si farebbe di tutto. L’Inter non ha più italiani, le squadre italiane comunque di vertice sbandierano con orgolgio un paio al massimo di giovani cui vengono fatte giocare giusto un po’ di partite. Questo mentre l’Arsenal, con un’età media bassissima, contiuna ad arrivare fra i primi esattamente come ai tempi di Bergkamp e Wright, tirando su ragazzi che a vent’anni o poco più hanno già esperienza internazionale. Come succede in Sud America, che è diventato il vero vivaio di tutte le nostre Società, che forti dell’Euro possono permettersi di prendere talenti brasiliani, cileni e argentini già forgiati per un tozzo di pane, tanto poi riconosceranno ai loro Club percentuali sulle vendite successive da cui comunque ricaveranno sempre enormemente di più. Roba da Cortés, Pizarro e <em>Conquistadores</em> vari… Nel frattempo, non dimentichiamolo, si è pronti a dare addosso ai campioni del mondo di Germania 2006 perché alla vigilia di Sud Africa 2010 sono troppo vecchi, manco fosse colpa loro e fingendo che ci siano forze nuove di esperienza e affidabilità per rimpiazzarli.</p>
<p>Ma torniamo al punto. Sabato a Madrid si disputeranno la Champions due squadre indubbiamente solide ma che hanno beneficiato di errori arbitrali colossali per essere lì. Attenzione, niente a che vedere con la loro forza, ma siamo certi che chi alzerà la Coppa meriti più di chi è uscito per altrettanti errori, ma contro? Oppure che il gioco di entrambe sia davvero meglio di quello di Manchester United, Arsenal, Barcellona e Chelsea, la cui stagione passata, a proposito, è ugualmente dipesa da eccezionali sviste? O della stessa Fiorentina anch’essa vittima di Ovrebo? O del Real Madrid, sfortunatissimo contro il Lione e che non a caso viste le voci di questi giorni è la squadra che più ricorda l’Inter?</p>
<p>E’ chiaro che un campionato e una Coppa debbano andare a chi fa il necessario per vincerle. A chi arriva fino in fondo. Ma siamo certi che non si debba dare altrettanto spazio al calcio inteso come sport e non come competizione? Rari sono i casi in cui le vittorie finali, celebrate con incoronazioni assolute, sono coincise a una qualità davvero superiore: penso all’Ajax degli anni Settanta, al Liverpool dei primi Ottanta e al Milan degli ultimi, Ottanta. Nemmeno il Barcellona dell’anno scorso è arrivato a tanto, pur avendo mostrato grandi cose, e se non avesse vinto tutto ma proprio tutto (fra cui un’Intercontinentale ma solo ai supplementari) forse adesso sarebbe meno esaltata e si accontenterebbe di un posto di rilievo negli almanacchi o nel <em>Guinness dei primati</em>.</p>
<p>Per finire, dunque, il calcio vive anche di titoli. E di piazze stracolme di gente in tripudio, cosa che avrà lunga vita perché dipende direttamente dallo spirito di chi le riempie, cioè i tifosi. Quelli che contano i titoli e sono pronti a sfottere chi ne ha meno. Se Calciopoli nel caso dell’Italia è un campanello d’allarme circa la relativa importanza di questi calcoli (così come il Porto graziato e il Portsmouth invece affossato, ci mancherebbe), più in generale è però necessario riaffermare il valore sportivo che non passa dai riultati letti alla televisione senza che il 99,9% periodico di chi li legge abbia visto le partite ma da quel che scrivono gli allenatori sulle lavagne e da quel che fanno i giocatori con la palla. A dispetto di ogni arbitraggio, di certi finanziamenti per le campagne acquisti, di tutte le sentenze e di qualsiasi palo neghi una Coppa del Mondo a pochi secondi dalla fine a una squadra fenomenale che tutti noi continuiamo a prendere a esempio, come accadde al <em>Monumental</em> di Buenos Aires nella finale di Argentina ’78.</p>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 18:38:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>calciostruzzo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Inter ha appena vinto il suo ennesimo scudetto, dico ennesimo perché grazie alla Giustizia sportiva non si è ancora capito quanti sono e se le bandiere di quest’anno non dovranno magari essere sventolate un’altra volta per festeggiare lo scudetto che verrà.</p>
<p>Faccio una premessa superflua per chi mi legge regolarmente ma che reputo importante per fugare ogni dubbio. Io non tifo. Ho tifato, l’ho fatto per anni, ma troppe vicende mi hanno portato a tenere di più al gioco in sé che a degli sconosciuti che a volte non giocano nemmeno bene, raramente sono bandiere e nel caso dei dirigenti ne combinano di tutti i colori. I miei beniamini sono l’obiettività e la verità. Cose, queste, che fanno a pugni col tifo. Non che i tifosi (io compreso finché lo sono stato) siano dei cretini, ma fra loro e gli sportivi c’è la stessa differenza che esiste fra chi pratica l’idolatria e chi ama la propria vita.</p>
<p>E’ per questo che quando si tratta di riflettere su quel che succede ne ho per tutti. Preferirei non doverne avere per nessuno, ma il tifo, il servilismo e l’affarismo che attraversano il mondo del calcio organizzato, giocato, commentato e propostoci mi spingono, mentre sventolo la sciarpa della verità, a fare puntualizzazioni che dimostrino se non altro che ho mangiato la foglia. O meglio le numerose foglie che tanto si somigliano fra loro. E che non ho le fette di salame davanti agli occhi.</p>
<p>Mentre scrivo, in televisione tutt’a un tratto impera il buonismo, in un finale anglosassone come qualcuno l’ha definito al punto che lo stesso Mourinho è tornato a parlare. Niente di anglosassone, allora, perché l’atteggiamento del portoghese è invece italiano come di più non potrebbe. Dato però che in questo Paese di difetti ce ne sono ma non credo molti più che altrove, correggerò <em>italiano</em> con <em>latino</em>, riprendendo un’osservazione dello stesso Mourinho che mesi fa accomunò il suo Portogallo alla Spagna e all’Italia, terre in cui si ha lo stesso approccio furbo e utilitaristico alle cose.</p>
<p>Ecco, dato il buonismo e direi quasi la fratellanza che sta unendo Roma a Milano, passando magari anche per Torino, benché sulla fiducia, mi chiedo quanto di forzato ci sia. E soprattutto perché. Certo, è comodo archiviare tutto e concentrarsi sui festeggiamenti di Milano, l’attesa per Madrid, il Mondiale imminente, ed è bellissimo che i giornalisti che fino a ieri stuzzicavano protagonisti già tesi di per sé adesso decidano anche per noi che non è più tempo per discutere, sospettare, rinfacciare, in altre parole odiare. D’altra parte quanto può tirare una polemica sul chiarissimo fallo di mano da rigore di Thiago Motta a Siena, che l’arbitro non ha sanzionato, quando il campionato è finito? Attenzione, non lo dico per polemizzare sui tre punti dell’Inter quanto per far notare come oggi nessuno, a caldo, sia andato da Ranieri a riportargli l’episodio, servendogli la polemica su un piatto d’argento. Scommettiamo che fosse successo anche solo due settimane fa non sarebbe andata così? Eppure è un fatto, è successo, e punti decisivi erano in gioco oggi come lo erano allora.</p>
<p>Fatto sta che due settimane fa si è disputata Lazio-Inter, quella Lazio-Inter con altri punti decisivi in palio, finiti anche in quell’occasione in tasca all’Inter che, a ogni buon conto, altro non avrebbe potuto fare. Avessi giocato io con dieci miei amici contro quella Lazio, li avrei accettati anch’io e soprattutto sarei stato in grado di conquistarli sul campo battendo una squadra di Serie A… Ma dalle cronache di oggi sembra che nemmeno quell’episodio, comunque decisivo quanto i punti persi per strada dalla Roma benché per motivi diversi, non solo sia andato nel dimenticatoio ma proprio non abbia inciso su questo campionato. Dopo che se ne sono ragionevolmente dette e scritte di tutti i colori. Questo la dice lunga sul giornalismo imperante in questo Paese, che si riempie ancora la bocca con la definizione di <em>sudamericano</em> quando si tratta di descrivere gli scempi altrui ma che rispetto a tante cose del Sud America ha solo la presunzione di essere meglio, nel senso di più obiettivo e pulito.</p>
<p>Ora, a proposito di pulizia, è fondamentale fare alcune precisazioni.</p>
<p>La Calciopoli del 2006 ha spinto un po’ tutti all’esagerazione, con una forzatissima e partigiana interpretazione della realtà proprio come conseguenza di sentenze che dovevano invece esprimere equità. E dai cori dei giocatori (in questo caso non i tifosi) dell’Inter che urlavano ‘Senza rubare, vinciamo senza rubare’ si è passati nel giro di un anno allo striscione di Ambrosini che senza giri di parole suggeriva ai cugini di mettersi il loro scudetto in quel posto, questo perché il Milan aveva appena vinto una Champions cui non avrebbe dovuto partecipare per via delle telefonate di Meani che tanto somigliavano ad altre fatteci ascolare quattro anni fa come anche in questi mesi. Episodi così bassi sono stati possibili sono in ragione delle vittorie di queste due squadre. Con la reazione tipica di chi, una volta vinto, se ne frega delle polemiche e ride in faccia a quelli cui è andata male.</p>
<p>Risero i romanisti l’anno in cui in occasione di Juve-Roma poterono improvvisamente schierare Nakata (poi decisivo in quella sfida e di conseguenza per la conquista dello scudetto). Risero perché avevano finalmente avuto giustizia dopo il famoso episodio del gol di Turone, da cui aveva tratto beneficio appunto la Juve. La stessa Juve contro la quale all’Empoli anni fa avevano negato un gol importantissimo con la palla oltre la linea di quasi mezzo metro, per dirne una. Quella Juve su cui però si abbattè un fortunale il famoso pomeriggio di Perugia, con l’impeccabile Collina che obbedendo agli ordini che gli arrivavano per telefono dall’alto reinterpretò il concetto di contemporaneità delle partite e fece durare l&#8217;intervallo un&#8217;ora o giù di lì, con goduria infinita dei laziali che vinsero il titolo. Senza dire poi del singolare antidoping collettivo cui veniva sottoposto Maradona negli anni del dominio del Napoli. Venendo a questa stagione, stanno ancora godendo (e forse non l’hanno ancora fatto fino in fondo) i milioni di interisti che hanno superato Chelsea e Barcellona anche in ragione di falli da rigore non fischiati e di un gol in fuorigioco di mezzo metro. Cosa che avrà certamente fatto imbufalire i catalani ancor più del gol in fuorigioco altrattanto netto di Mijatovic alla Juve nella finale di Champions di Amsterdam, che i madridisti si portarono a casa.</p>
<p>Tutto questo perché se è vero che alla fine, complice lo sfinimento, gli stessi protagonisti possono anche essersi rotti di star dietro a tutte queste cose, cui non c’è più rimedio, è vero comunque che queste cose son successe anche nel campionato di quest’anno, arridendo alla fine a chi ha vinto, come al solito. Non diversamente dal passato, come ho ricordato menzionando giusto alcuni episodi fra le centinaia cui abbiamo assistito, migliaia aggiungendo quelli che hanno visto i nostri nonni. Con buona pace di coloro cui questo non va giù e continueranno a recriminare se tifosi o a commentare se gli piaccionole cose fatte per bene. E certamente per la gioia di chi ha vinto, cui ora tutto scivola.</p>
<p>Tutto questo, però, anche per dire che nessuno fra chi l’avversa può pretendere che l’Inter sia meglio degli altri. Ma che l’Inter non può nemmeno far finta di esserlo. Sarebbe un gran passo avanti, ma temo che il tifo sia ancora troppo diffuso e non solo sugli spalti e nei bar.</p>
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