Calciostruzzo

Un calcio mortificato

Posted in Italia by calciostruzzo on 1 novembre 2010

In tempi di grandi investimenti televisivi e commistione d’interessi con sponsor sempre più pressanti su Club sempre più indebitati è evidente che lo stretto rapporto fra tifosi e squadre, che è il sale del calcio, si sia fatto complicato e venga condizionato da fattori un tempo marginali. Le ragioni di questo nuovo scenario, quindi, non vanno ravvisate tanto nell’approccio generale della gente, che anzi dipende da quanto fatto da Società, Federazioni e autorità; semmai, vanno ricercate proprio nella politica di Club più affaristici che sportivi e in seconda battuta anche nella gestione della sicurezza.

Partiamo dagli stadi e da una scelta in verità comune a molti Club in giro per il mondo che già di per sé la dice lunga su quanto poco interessino spettacolo e spettatori. Per fare i soliti nomi, il Milan da tempo relega i tifosi ospiti al terzo anello esattamente come in Spagna fanno Real Madrid e Barcellona, e da quest’anno si sta gradualmente allineando anche l’Inter. Le spagnole provano a limitare l’effetto positivo che i sostenitori altrui possono avere sulla loro squadra facendoli scomparire nella marea di quelli locali. Le due italiane menzionate, invece, hanno adottato questa soluzione principalmente perché con la poca gente che va a vedere le partite e riempie a macchia di leopardo uno stadio, San Siro, che registra il tutto esaurito non più di una decina di volte all’anno rischierebbero di sentire più i cori degli altri che quelli dei propri tifosi. Con riguardo alla tutela dei loro interessi è una legittima trovata; ma è anche indice di qualcosa che non va nel calcio a partire dallo spirito di chi lo gestisce. Si sa che quando le cose non vanno si tende ad irrigidirsi, ma qui ben lungi anche dal cercare di migliorare le cose si sfiora la meschinità. In Gran Bretagna, invece, dove gli interessi non sono inferiori ma gli impianti sono moderni e frequentati con entusiasmo e senza rischi da decine di migliaia di persone, i tifosi ospiti e financo quelli che convengono alle sfide più sentite trovano posto a ridosso del campo, essendogli concesso di stare davvero al fianco dei propri beniamini com’è giusto che sia nello sport. Dato che anche l’occhio vuole la sua parte, poi, bisogna aggiungere che la loro macchia di colore sottolinea il carattere spettacolare dell’evento e trasmette anche a chi guarda da casa gioia invece che una sensazione di disagio e disarmo.

Un discorso a parte meritano i provvedimenti tesi ad arginare i facinorosi. In Italia la violenza è incontrollata. I fatti di Italia-Serbia, pur nella loro eclatanza, sono la rappresentazione più chiara e fedele di quanto accade settimanalmente dentro e fuori da tanti nostri stadi, ben più di ciò di cui ci parlano su giornali e televisioni. Da anni. Partendo dalla generale maleducazione per arrivare ai tafferugli. Per arginare questo scempio, le trasferte più a rischio continuano a essere vietate: l’ultima in Serie A è per Brescia-Napoli, mentre Genoa-Milan per esempio si è giocata senza tifosi rossoneri per anni e in generale è frequente che i biglietti per certe partite possano essere acquistati solo da chi risiede nel Comune in cui si disputano. Nel frattempo è stata introdotta la tessera del tifoso, una sorta di schedatura supplementare rispetto ad abbonamenti e biglietti nominativi, col solo risultato di rendere ancora più tesi i rapporti fra tifosi, organizzati o meno che siano, e autorità. Trovata rivelatasi oltretutto inefficace se non ridicola, coi bagarini che continuano indisturbati a vendere biglietti non nominativi perché gli steward raramente controllano l’identità di chi entra allo stadio oppure sono d’accordo con loro. Insomma, la ricetta giusta a questa anarchia non è stata ancora trovata, ma solo perché dirigenti e presidenti vari di Club e Federazione badano al soldo e non allo sport e contemporaneamente chi deve organizzare l’ordine pubblico giudica sempre ragionevoli e sopportabili i disagi che ci sono. Non mi riferisco chiaramente alla Polizia ma a chi le dice cosa fare. Poi, però, sono tutti pronti a ordinare un minuto di silenzio peraltro mai rispettato e spesso ridotto a pochi secondi ogni volta che ci scappa il morto. Forse perché queste categorie privilegiate vivono davvero in un mondo a parte e quei disagi non li provano sulla propria pelle… Sarà anche una dura accusa, la mia, ma quando niente di quel che non va cambia e non cambia nemmeno chi dovrebbe migliorare le cose allora il dubbio viene. L’unica certezza è che una sana passione per il calcio sia diventata un’esperienza da poter vivere solo intimamente, lontano dall’azione, oppure squallidamente se sul posto, a dispetto del fatto che si tratti di uno spettacolo.

mio articolo per ‘Comunità Italiana’ di Rio de Janeiro, pubblicato nell’edizione di novembre 2010

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